Niente giustizia fai da te contro il bullismo. Lo stabilisce la Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna a tre mesi di reclusione (convertita in 3.420 euro di multa) e ad altri risarcimenti danni per un padre che aveva schiaffeggiato un tredicenne. La colpa del minore? Aver vessato suo figlio, di undici anni.

Contro il bullismo dei ragazzi non si può certo rispondere con un bullismo da adulti. Non si possono alzare le mani nei confronti di un ragazzino, anche quando la tentazione sarebbe quella di dargli una bella lezione che – si suppone – nel suo contesto familiare gli è risparmiata.

La V sezione penale della Suprema Corte, con la sentenza numero 394999, ha stabilito, motivando la sentenza nei confronti dell’uomo di Forlì, che:

«Punizione e rieducazione non spettano ai genitori delle vittime. […] La pena è calibrata e commisurata razionalmente alla gravità del danno cagionato al minorenne, la cui persona è stata sicuramente sconvolta e alterata sul piano psichico.»

L’azione del padre, infatti, è stata abbastanza violenta: l’imputato aveva preso per i capelli l’adolescente e per un orecchio, costringendolo a seguirlo nella camera del proprio figlio, a inginocchiarsi dinnanzi a quest’ultimo per chiedergli scusa, colpendolo già che c’era con due schiaffi sul viso.

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Le alternative, in questi casi non mancano: questi ragazzi frequentano certamente una scuola, hanno parenti, ci sono centri per l’ascolto e persone qualificate, per esempio i docenti, ad affrontare i problemi del bullismo. Ma usare violenza, anche pensando di potersi controllare, è pericoloso per sé e per l’altro.

Spesso, dietro il bullismo dei ragazzi si cela un malessere che se conosciuto, ascoltato, farebbe cambiare opinione sul concetto di “vittima” e di “carnefice”. L’aggressività dei ragazzini è un segnale, una forma di richiamo che non ha bisogno di aggressività, che è utile come lanciare sempre più forte una pallina da tennis contro un muro. In quel muro, invece, bisogna saper fare breccia.

Fonte: La Repubblica – Bologna