La pena di morte è sicuramente un tema molto sentito dalle donne e, proprio nel genere femminile, ha trovato importanti proteste: basti pensare a Tamara Ivanovna Chikunova, la madre che è riuscita con la sua battaglia a fermare la pena capitale nel proprio paese, l’Uzbekistan. Non solo attiviste, ma anche vittime di questa barbarie, come le donne nei paesi integralisti islamici, Iran in testa, che spesso vengono sottoposte a questa tortura finale, con modalità mostruose quali la lapidazione.

La notizia di oggi, sebbene riguardi un uomo, si inserisce in questo filone di sconvolgente violenza: un condannato a morte statunitense, Ronnie Lee Gardner, è stato giustiziato tramite plotone d’esecuzione. Si tratta di un mezzo non utilizzato da 14 anni e che, in tutta sincerità, ci si aspettava di vedere solo nei film.

L’uomo si era macchiato, nel 1985, di alcuni omicidi, l’ultimo dei quali ha avuto come vittima un avvocato, freddato in un tentativo di fuga dal tribunale. A nulla sono valse le richieste di sospensione della pena e commutazione della stessa in ergastolo: alle 8.20 di questa mattina, ora italiana, Ronnie è stato ucciso.

La richiesta di essere fucilato, tuttavia, è venuta dallo stesso condannato, il quale ha preferito questa modalità rispetto all’iniezione letale. La cosa che più turba, però, è che i tiratori siano stati selezionati da un gruppo di volontari: lascia basiti il fatto che qualcuno, di propria iniziativa, possa proporsi per uccidere un altro uomo, indipendentemente dai crimini da questo commesso.

Vi è da chiedersi se non sia giunto il momento per gli Stati Uniti di rinunciare alla pena capitale: stiamo parlando del paese più avanzato al mondo, perché non esserlo anche dal punto di vista dei diritti umani e civili?