Gli Sfiorati”, nuova pellicola di Matteo Rovere, debutta oggi nei cinema italiani e arriva quattro anni dopo dell’esordio dietro la macchina da presa del regista romano con il non del tutto riuscito “Un gioco da ragazze”. Tratto dal romanzo omonimo di Sandro Veronesi, il film è stato consegnato dal produttore Domenico Procacci nelle mani di Rovere dopo il no del francese Eric Rochant, contrario a spostare da Roma alla Francia una storia che s’incastra e trae respiro proprio nella Roma del regista classe 1982.

Andrea Bosca, Claudio Santamaria e Michele Riondino, attualmente protagonista della nuova serie dedicata alle vicende del giovane Montalbano su Rai Uno, sono i tre protagonisti de “Gli Sfiorati”, accompagnati dalla controparte femminile interpretata dalla giovane Miriam Giovanelli e Asia Argento, entrambe protagonista del nuovo film del maestro dell’horror italiano Dario Argento “Dracula 3D“. Non manca neanche lo spazio per Massimo Popolizio, già visto in “Romanzo Criminale” di Michele Placido del 2005 nei panni de “Il Terribile”, e Aitana Sánchez-Gijón.

Mète (Bosca), rimasto organo da pochi mesi, è a suo malgrado costretto ad assistere al matrimonio del padre (Popolizio) e della sua nuova compagna; dalla relazione vissuta per anni nell’ombra è nata Belinda (Giovanelli), una diciassettenne spensierata che vive le giornate mollemente adagiata sul divano di casa del fratellastro in t-shirt, mutandine e sigaretta perennemente accesa, diventando ben presto una vera e propria ossessione per il ragazzo. In suo aiuto, accorrono il collega Bruno, grafologo e padre separato con figlia, e Damiano, costantemente alla ricerca di nuove conquiste.

Trentenni, romani e costantemente in conflitto con l’angoscia di vivere giorno dopo giorno: sono questi gli sfiorati di Rovere che confluiscono nelle quasi due ore di pellicola dal ritmo piuttosto lento e spesso fin troppo confuso. Un quadro, ripetitivo e scialbo, che poco o nulla si discosta dalla visione generale della gioventù raccontata dalla cinematografia cosiddetta d’autore degli ultimi anni, ormai diventata vittima di uno stereotipo dal quale riesce a stento a venir fuori.

Anche il cast, complice lo sguardo lontano della macchina da presa e la sceneggiatura distaccata e poco incline a condividere con lo spettatore gioie e dolori degli interpreti, ci mette del proprio per rendere “Gli Sfiorati” una confezione potenzialmente interessante ma priva di qualsivoglia contenuto. Si rischia di uscire dalla sala con lo stesso senso di alienazione e insoddisfazione dei personaggi impressi su pellicola, vagamente colpiti da poche scene, come quella dell’incesto tra Mète e Belinda al limite della censura, che scivolano sullo sfondo perdendo il fascino descritto dalle parole di Veronesi: il sottile equilibrio sul filo della crescita e della ricerca della propria identità del protagonista.

A mettere il punto alla storia raccontata da Rovere, la corsa in auto per festeggiare le nozze della nuova famiglia sulle note di “Più bella cosa” di Eros Ramazzotti; una scelta ardita, che chiude in bellezza il vivere vacuo di una gioventù perfettamente inquadrata dalla telecamera ma forse troppo lontana dalla realtà quotidiana.