La prima notte di bombardamenti su Tripoli non hanno portato all’abbandono di Muammar Gheddafi dalla guida politica della Libia. Il dittatore appare sicuro di sé, promette vendetta e annuncia che la guerra sarà molto lunga perché supportato da più di un milione di fedelissimi.

“Vi promettiamo una lunga, estenuante guerra senza limiti. Tutto il popolo libico è unito, alle donne e agli uomini libici sono state date armi e bombe. […] Tutto il popolo è armato, farete la fine di Hitler e Mussolini. L’Italia ci ha tradito”.

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Questa promessa d’azione inizia a far vacillare le sicurezze della coalizione dei paesi ONU aderenti all’iniziativa di guerra. Mentre Franco Frattini ieri sera si dichiarava certo dell’impossibilità di attacchi mirati in Italia, oggi sembra esserci più cautela. A Napoli, ad esempio, si è riunito il Comitato Provinciale per la Sicurezza presieduto dal prefetto Andrea De Martino. Oggetto della riunione, la sorveglianza di obiettivi sensibili che potrebbero finire nel mirino di Gheddafi, data la presenza sul territorio partenopeo del quartier generale delle forze Nato Mediterraneo e il comando dei marines a Capodichino.

Ignazio La Russa, invece, ha confermato la partecipazione attiva dell’Italia al conflitto. Dalla mezzanotte di ieri, infatti, il Governo ha messo a disposizione delle forze alleate 8 aerei da utilizzare nelle azioni di guerra:

“Dalle 23:59 abbiamo dato la disponibilità di otto aerei: quattro caccia e quattro tornado in grado di neutralizzare i radar”.

Nel frattempo un rimorchiatore napoletano è stato bloccato a Tripoli, forse messo sotto sequestro. I giornalisti si sono affollati davanti alla sede di Augusta Offshore, la società colpita da questo incidente, ma nessuna informazione è trapelata sulle condizioni dei nostri connazionali.

Le reazioni internazionali al conflitto, infine, sono duplici. Nelle ultime ore alcune nazioni hanno sollevato dei dubbi sulla legittimità dell’intervento, Cina e Russia fra tutte. A queste si è aggiunta la critica della Lega Araba, di cui Amr Moussa si è fatto portavoce. I bombardamenti svierebbero dall’obiettivo di creare una “no fly zone” e, invece, mirerebbero a ben altri scopi. Interessi a cui il popolo dei social network ha saputo già dare risposta, dato che su Twitter e Facebook si erge il dubbio dell’ennesimo conflitto bellico per la conquista del petrolio.