A tre anni dal successo riscosso con “Milk”, la biografia del politico statunitense omosessuale Harvey Milk interpretato da Sean Penn, il regista statunitense Gus Van Sant ritorna nei cinema con “L’amore che resta” (“Restless”), una toccante storia d’amore e morte, presentata al pubblico e alla critica lo scorso maggio al {#Festival del Cinema di Cannes} nella sezione “Un Certain Regard”.

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Ad interpretare i due protagonisti, ci sono Mia Wasikowska e Henry Hopper, la prima già piacevolmente notata in “Alice in Wonderland” di Tim Burton e “I ragazzi stanno bene” e il secondo, figlio dell’attore e regista Dennis Hopper, alla sua prima vera e propria prova davanti alla macchina da presa. A guidare sapientemente le musiche c’è invece la mano di Danny Elfman, guru delle colonne sonore che aveva già lavorato col regista in occasione della sua precedente pellicola.

Annabel Cotton (Wasikowska) ed Enoch Brae (Hopper), due ragazzi sensibilmente provati dai casi della vita, s’incontrano durante un funerale e ben presto scoprono di avere molto in comune. Annabel infatti è, nonostante la giovane età, una malata terminale di cancro mentre Enoch, i cui genitori sono morti prematuramente in un incidente automobilistico, ha come unico amico il fantasma di un kamikaze morto durante la seconda Guerra Mondiale. Entrambi, diversamente, sono alla ricerca di un motivo per tornare a essere in pace con la vita e, nonostante siano destinati ancora per poco tempo a rimanere insieme, fanno di tutto per ritrovare il sorriso perduto.

L’irrequietezza giovanile e l’amore tragico fanno capolino nel nuovo film drammatico e al contempo malinconicamente ottimista di Van Sant, il quale ricrea a suo modo e con il suo tratto distintivo un vero e proprio dramma sentimentale, ben lontano dalle tematiche scomode alla base dei suoi precedenti lavori. Così il regista di “Paranoid Park” dipinge l’amicizia e l’amore tra due giovani destinati a soffrire, lui per la perdita prematura dei genitori che lo costringe a trovare una figura guida nel fantasma di un kamikaze giapponese e lei con pochi mesi di vita davanti a causa di un tumore al cervello. Così vicini spiritualmente ma al contempo segnati indelebilmente dal dolore di un amore impossibile, disillusi ma mai arresi davanti al destino che combattono sognando ad occhi aperti quello che la vita non è riuscita a dargli.

È l’amore che muove il mondo senza mai farlo stare fermo, il “Restless” del titolo originale che purtroppo si perde nei meandri della traduzione, anche quando la voglia di fermarsi e rimanere pietrificati nell’attesa di venire travolti dagli eventi è più forte di ogni convinzione. Ma le due anime inquiete di Enoch e Annabel non possono e non vogliono fermarsi, presi come sono dall’incessante ricerca di un motivo per ritornare a vivere – o morire – con il sorriso sulle labbra.

Non c’è dunque il dramma di “Romeo e Giulietta” o lo struggimento di “Love Story”, c’è la vita che pulsa in ogni istante, ansiosa di emergere dentro le anime di coloro che per un motivo o un altro non sono riusciti a farlo come avrebbero dovuto, vista la loro giovane età e la loro breve esperienza nel mondo. Gus Van Sant si è realmente lasciato travolgere da questo esperimento cinematografico, dimostrando un attaccamento quasi commovente alle sorti dei due ragazzi, senza però mai scadere nel morboso, rimanendo a distanza di un passo dal cuore delle emozioni narrate sempre con onestà e rispetto.