Come Guelfi e Ghibellini, Laziali e Romanisti, Capuleti e Montecchi, Appleisti e Androidiani (devo continuare o avete capito?)  il social si divide in Facebook e Twitter fans.

I primi hanno l’indice più veloce del West nell’inviare richieste per giochi passa e perditempo, il cui obiettivo principale è raggiungere il livello 100: farti divorziare (si scoprirà solo tra decenni che Zynga e la lobby degli avvocati divorzisti hanno fatto cartello). Facebook  però è anche condivisione, like, passaparola selvaggio e migliaia di commenti-esca a foto del mare: “Carina…”, “Ti trovo in forma, dovresti pubblicarne più spesso!!”, “Bellissimaaaaaaaaaaaa”.  Un mezzo potentissimo che conta: circa 20 milioni di utenti in Italia, valanghe di click e migliaia di album di nozze dal corteggiamento alla luna di miele. Facebook è un feliciometro. Sì, perché c’è un’affannosa ricerca volta alla dimostrazione della propria realizzazione e spensieratezza che spesso passano tramite una foto al mare e un geotag a New York.

I twitteri li riconosci perché parlano un’altra lingua, fatta di cinguettii, retweet, stelline e altri utili indizi per ottenere un TSO entro 24 ore. Un social ridotto all’essenziale, anche in termini di utenti, nel nostro Paese se ne contano poco più di 3milioni. Ma quanto si danno da fare pur di apparire intelligenti! Un social che pullula di neuroni, ma che frequenta di nascosto  l’altro.

Twitter e Facebook ridotti a fidanzata e amante. Fino a pochi giorni fa, quando Zuckerberg ha avvertito l’invidia dell’hashtag, che sarebbe questo #. Un cancelletto. Gli utenti twitteri hanno dapprima avvertito una sensazione di “furto”:

“Come osano? E poi figurati se sanno usarlo”.

L’Hashtag è il cancelletto abbinato a una parola, una sigla, un neologismo creato ad hoc (Esempio: #AncoraTu per il ritorno di Berlusconi dopo il finto addio alla politica, #elezioni2013 dello scorso febbraio o il recentissimo #OccupyGezy sulle vicende turche). Basta cliccare sulla parola evidenziata per trovare tutti i tweet, o gli status Facebook che li usano. Se siete fortunati si apre un portale spazio-temporale.

Però non attecchisce. E la colpa pare sia delle voci che girano su cancelletto e hashtag:

1) una volta l’amica della cugina di mia zia ha usato il cancelletto e le sono venuti gli occhi a mandorla. Da allora lavora in uno scantinato per 2 dollari al giorno;

2) un mio amico è andato a letto con una ragazza conosciuta in discoteca e l’indomani sullo specchio del bagno ha trovato una scritta che diceva: “Benvenuto nel mondo degli hashtag”;

3) a New York una ragazza lituana mentre faceva la doccia è stata accoltellata da un hashtag scappato dalla tastiera;

4) se usi l’hashtag 4 volte di fila ti cola sangue dal naso e inizi a parlare come Giovanardi;

5) prima di usare gli hashtag Corea del Nord e del Sud facevano degli adorabili pic-nic insieme;

6) apparizione delle stimmate sui soggetti tra i 20 e i 25 anni.

Che dire? Pace fallita, caro Zuckerberg. Se proprio vuoi toglierti il pensiero compra direttamente Twitter e facciamola finita.

Twittebook, il primo social frankeistein del web, consigliato a caciaroni-intelligenti dediti a like in 140 caratteri retwittati tra un #condividi e l’altro.

E ora scusatemi, mi esce del sangue dal naso.

Seguite ItsCetty anche su Twitter e sul suo blog.

photo credit: quinn.anya via photopin cc