Quando si pensa al mondo hipster, è facile immedesimarsi in giovani con grandi occhiali da nerd, pantaloni skinny, cardigan infeltriti e volti nascosti da barbe poco curate. Questa cultura però, oltre al lato meramente più modaiolo degli ultimi anni, ha saputo proporre un trend musicale di tutto rispetto. Un sound che fa della contaminazione il proprio punto di forza, spaziando dall’elettronica più commerciale all’indie e mescolando sapientemente beat da rave party a suoni decisamente più rock.

Il termine hipster è nato negli anni ’40 per indicare gli intellettuali anticonformisti, spesso legati alla musica jazz e caratterizzati da una scarsa aderenza alle norme sociali imposte. Verso la fine del primo decennio degli anni 2000, il termine è stato resuscitato per indicare un nuovo anticonformismo, quello svincolato dalle mode consumistiche e guidato da un politically correct a ogni costo esplicato nelle subculture biologiche, vegane e ambientaliste. Ben presto dalla sua ricomparsa, però, lo showbiz ha colto il potenziale di questa subcultura, facendola diventare un fenomeno di massa oggi del tutto abusato e ben lontano dai buoni propositi della sua rinascita, sacrificandolo al ruolo di corrente per fashionisti.

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Musicalmente parlando, però, la cultura hipster va oltre agli orpelli della moda. Stabilire un prontuario di tale musica è però molto difficile, perché si spazia trasversalmente tra generi fra loro opposti e, spesso, fra di loro inconciliabili. Per questo, non vi proporremo una playlist che sia una sorta di bibbia di questo genere musicale, bensì alcune canzoni che riteniamo meritevoli d’ascolto scelte più per il loro mood che per la loro effettiva aderenza a questa subcultura.

Sebbene decisamente antecedente al revival hipster del nuovo millennio, non si può non partire da “Loser” di Beck. Il sound non è propriamente quello di uno dei tanti gruppetti british oggi di moda, ma gli elementi fondanti vi sono tutti: il ritmo trascinato, la contaminazione con l’hip hop e un occhiolino consapevole al rock più classico. Volendo esagerare, lo potremmo considerare come l’inno premonitore di quel che sarebbe successo dieci anni dopo.

Sebbene si definiscano ufficialmente new rave synth-rock, la musica hipster non può prescindere dai Klaxons. Il gruppo londinese ha due album all’attivo e la loro “Golden Skans” è dal 2007 incessantemente riprodotta in ogni festa hipster che si rispetti. E, non ultimo, è diventata anche martellante jingle di una nota marca di shampoo. I loro testi non hanno chissà quali pretese, ma il sound è un sapiente mix di divertenti ritmi dance e accordi decisamente più indie, di cui l’elettronica ne fa da collante. Sullo stesso stile, ma sicuramente più ricercati, i Late of the Pier: con “Bears are coming” han fatto saltare i club di mezzo mondo, ma con “Heartbeat” hanno dimostrato come non abbiano nulla da invidiare al rock più canonico, con uno sguardo anche al synth-pop degli anni ’80.

In caso si ricercassero, invece, suoni decisamente più elettronici, per diventare dei perfetti hipster basterà suonare il disco di esordio di La Roux, specificando però ad amici e parenti come non si tratti di un’artista hip, bensì electropop. Non si è perfetti hipster, infatti, senza un po’ di spirito snob: in effetti, i maggiori tormentoni della cultura hipster raramente si definiscono come tali, preferendo invece categorizzazioni più creative ma dallo scarso significato fattuale. Della rossa tutta grinta dell’elettronica non si può prescindere da “Bulletproof”, vero e propria droga che vi rimarrà in testa per un decennio intero.

Aggiungendo un pizzo di dance e di hip-hop si può quindi passare a M.I.A., concentrato vivente di rimandi anni ’80, eccessi e vestiti improbabili abbinati a testi pregni su temi etici e sociali. L’artista di origine cingolese, infatti, racconta i problemi politici e socioculturali spesso connessi alla povertà e all’immigrazione, rendendoli accessibili al vasto pubblico grazie a un sound irresistibile. Si passa, ad esempio, dall’hip hop di “Paper Planes” per arrivare alla dance oriental-seventy di “Jimmy”.

Rimanendo sempre in ambito elettronico, imprescindibili risultano essere i The Go! Team, gruppo che sembra essere nato da un tunnel spazio-temporale tra il nostro decennio e il 1985. I video sono coloratissimi, le registrazioni sono volutamente low-fi e il loro sound si basa sulla contaminazione di suoni elettronici con strumenti più classici, quali le trombe e l’armonica. Dotati di addirittura due batteristi, uno di questi donna, vi conquisteranno con le note decise di “The power is on”, per poi trasportarvi in un telefilm poliziesco degli anni ’70 con “Junior Kickstart”. Da abbinare ai The Go! Team gli Architecture in Helsinki che, a dispetto del nome, sono un gruppo australiano che compete con le squadre di calcio per numero di componenti in campo. Non propriamente hipster in senso stretto, rappresentano bene il leitmotiv di divertimento e svago di questa musica, di cui le hit “It’s 5!” e “Do The Whirlwind” ne sono i capolavori.

Come accennato in apertura, la musica hipster è fortemente legata al genere indie, anche se con pretese meno elevate. Non mancano, perciò, ritmi propriamente più simili al rock, al punk e al grunge, seppur ridimensionati in una forma decisamente più accessibile. Lanciati lo scorso anno dall’insistente hit “Come Back Home“, salita agli onori delle classifiche anche perché colonna sonora del primo film impegnato del pornodivo omosessuale François Sagat, i Two Door Cinema Club possono essere considerati gli indie-hipster per antonomasia. Scritturati dalla casa discografica francese Kitsuné Music, una fucina creativa prolifica per gli hipster più sfegati, dosano sapientemente rock, pop, elettronica e tanto divertimento. Lo stesso che è accaduto ai britannici Foals che, nonostante recentemente si siano affermati come band propriamente indie grazie al piccolo capolavoro dell’album “Total Life Forever”, hanno iniziato con beat inequivocabilmente più commerciali. Basterà cantare allo sfinimento la strofa “Cassius is over, Cassius away!” per ritrovarsi immediatamente catapultati nel mondo hipster. E, quando vi sarete stancati, potrete tornare a suoni ben più impegnati con la loro commovente “Spanish Sahara”.

Cercate due band che solo a nominarle facciano colpo sui vostri amici? Provate con i Clap your hands say yeah! e con Peter, Bjorn and John. Superata la risposta stizzita del “Chi?”, potrete lanciarvi in ore e ore di dissertazione sui due prolifici, e non molto conosciuti, gruppi. Il tutto, però, accompagnato da doverosi occhiali nerd d’ordinanza e da una sciarpa di flanella. Non fatevi mancare, infine, l’ultimo album di Mark Ronson: basterà canticchiare “Je te plumerai la tête”, irresistibile ritornello di “Bang Bang Bang”, per augurare un triste destino ai vostri detrattori. Perché essere hipster pare non sia semplice, dato che soprattutto in Rete questa armata di cardigan fluo e di cappelli alla pescatora non sembra essere particolarmente apprezzata.

Abbiamo sostenuto come la musica hipster sia di non semplice definizione, perché ingloba tantissimi generi diversi a volte lontani da loro. Di seguito, senza alcuna pretesa di essere né completi né esaustivi, una playlist da trasferire immediatamente sui vostri iPod.

  • Loser – Beck;
  • Golden Skans – Klaxons;
  • Bears are coming – Late Of The Pier;
  • Bulletproof – La Roux;
  • Jimmy – M.I.A.;
  • Junior Kickstart – The Go! Team;
  • It’s 5! – Architecture in Helsinki;
  • Come Back Home – Two Doors Cinema Club
  • Cassius – Foals
  • Peter, Bjorn & John – Young Folks;
  • Mark Ronson & The Business Intl. – Bang Bang Bang.