Hunger Games” è senza dubbio la pellicola più attesa del momento, tanto da meritarsi a tutti gli effetti il titolo di rivale di {#Twilight}, almeno per quanto riguarda la dura lotta al botteghino. Tratto dall’omonimo e amatissimo romanzo di Suzanne Collins e ambientato in un’America post-apocalittica di un futuro distopico, è stato diretto dal regista e sceneggiatore statunitense Gary Ross, già dietro la macchina da presa con “Pleasentville” e “Seabiscuit – Un mito senza tempo”; a curare la sceneggiatura c’è proprio il regista, affiancato dalla stessa Collins e Billy Ray

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A vestire i panni della giovane eroina di “{#Hunger Games}” c’è Jennifer Lawrence, vista recentemente nel blockbuster statunitense “X-Men – L’inizio” e “Like Crazy”, pellicola presentata fuori concorso all’ultimo {#Festival del Cinema di Roma}; a farle eco non manca una foltissima schiera di attori come Woody Harrelson e Stanley Tucci, Elizabeth Banks, a breve sul grande schermo con “Che cosa aspettarsi quando si aspetta” e Josh Hutcherson, visto nell’apprezzato “I ragazzi stanno bene” di Lisa Cholodenko, fino a Donald Sutherland, Wes Bentley e Lenny Kravitz, nel ruolo di Cinna.

Per punire i dodici distretti di Panem, stato che occupa il Nord America con a capo la città di Capitol collocata in un futuro post apocalittico, il presidente Snow (Sutherland) indice ogni anno gli “Hunger Games”, scontro all’ultimo sangue tra 24 giovani tra i 12 e i 18 anni, un ragazzo e una ragazza estratti a sorte tra la popolazione; le regole del gioco sono semplici: solo uno tra i partecipanti -chiamati “tributi”- può sopravvivere, il tutto davanti all’occhio inarrestabile della telecamera. Per salvare la sorellina, la sedicenne Katniss Everdeen (Lawrence) si offre volontaria per rappresentare il 12° distretto a cui appartiene; con lei c’è Peeta Mellark (Hutcherson), da sempre innamorato di lei e con cui dovrà affrontare i durissimi allenamenti sotto la guida dell’ex vincitore ormai completamente dedito all’alcol Haymitch Abernathy (Harrelson).

Hunger Games” ha tutte le carte in regola per diventare uno dei successi cinematografici più eclatanti degli ultimi anni: è un perfetto connubio di azione e velocità variabile, capace di adattarsi perfettamente al ritmo delle immagini che scorrono sul grande schermo. Valore aggiunto è senza dubbio la fotografia di Tom Stern, cupa e asfissiante come la lotta della determinata protagonista, immersa nel grigio carbone del Distretto 12, e bizzarra e innaturalmente satura nei colori sgargianti di Capitol City, caposaldo della nazione dominata da opulenza e vanità in pieno stile capace di tenere sotto torchio i ribelli con un pugno di ferro in pieno stile dittatoriale; una perfetta ostentazione della ricchezza in stile “Marie Antoinette” di Sofia Coppola – ricordata anche negli abiti drappeggiati e nelle parrucche da capogiro di Effie Trinkett – in un’architettura fredda e razionalista di memoria fascista.

Se le riprese da documentario, immerse nell’azione e fin troppo mosse (forse fin troppo azzardata la scelta della steadycam nelle scene più concitate), dei primi minuti riescono a catturare completamente l’attenzione degli spettatori, a completare l’opera è l’ottima alchimia sorta tra gli attori e i propri personaggi, {#Jennifer Lawrence} in testa. Nessuno è fuori posto, che si tratti dei protagonisti o dei ruoli secondari: bastano poche inquadrature per entrare in sintonia con ciascuno di loro, grazie anche alle interpretazioni seppur fulminee di attori come Stanley Tucci o Donald Sutherland.

È proprio la Lawrence a dover giocare d’attacco sfruttando al meglio la propria mimica facciale e corporea, indispensabile per esprimere pensieri e sentimenti di Katniss che, per natura, è una ragazza di poche parole ma capace di tenere testa ai propri avversari anche nei momenti più duri e a dare prova del suo istinto di protezione nei confronti dei più deboli, come la toccante parentesi con la piccola Rue, interpretata da Amandla Stenberg, che riesce a ricreare quasi una storia a sé. Altro che le damigelle in pericolo hollywoodiane degli ultimi anni: a soli sedici anni, Katniss è determinata e tenace, non ha paura di affrontare pericoli mortali in nome di una causa che non è la sua; una guerra che mette uno contro l’altro ragazzi e ragazze per intrattenere il pubblico, in una sorta di circo mediatico vissuto in diretta tv. Finalmente un esempio positivo che, senza grande fatica, si lascia alle spalle le pallide adolescenti divise tra l’amore di vampiri scintillanti e muscolosi licantropi.

Destinato a un pubblico giovane, di certo non mancherà di richiamare a sé anche gli amanti della letteratura distopica che non avranno difficoltà nel cogliere al suo interno delle citazioni, più o meno velate, ad alcuni lavori cinematografici che in passato hanno portato al cinema le tematiche chiave del romanzo della Collins. Non c’è solo la componente adolescenziale di “Battle Royale” di Kinji Fukasaku, intriso di un cinismo e una carica di violenza efferata non indifferente, o la feroce spettacolarizzazione della morte come ne “La decima vittima” di Elio Petri, prima, o in “Contenders – Serie 7” di Daniem Minaham, poi, satira dark nei confronti dell’invadenza dei reality show; c’è anche una dura critica contro l’oppressione del potere, quella schiacciante del regime totalitario de “L’implacabile” di Paul Michael Glaser, ispirato al romanzo “L’uomo in fuga” di Stephen King.

Sono dunque molte le chiavi di lettura di “Hunger Games” che però, pur affondando le radici in uno dei filoni più sfruttabili dal punto di vista dell’instabile situazione economico-politica che sta colpendo uno a uno la grande maggioranza delle nazioni, e con un valido potenziale alle spalle, non si sbilancia più del necessario rischiando così di giocare su un campo d’azione più semplice, senza mai osare un pizzico in più del minimo sindacale. Non solo per quanto riguarda il background, caratteristica legata maggiormente al libro e che sfiora solo l’opera cinematografica, ma anche rispetto alla violenza bruta Ross ci va con i piedi di piombo, realizzando un’ideale seconda parte che preferisce guardare con gli occhi della protagonista, una su tutte la scena delle allucinazioni nel bel mezzo degli scontri, voltando lo sguardo davanti alle scene più sanguinose, problema che sarebbe potuto costare al film lo spettro della censura o, nella peggiore delle ipotesi, il divieto ai minori tagliando fuori la fetta più sostanziosa del proprio pubblico.

Di certo, come per ogni adattamento che si rispetti, non mancano le zone d’ombra all’interno dello script realizzato a sei mani: le dinamiche narrative sfruttate sul grande schermo lasciano sulla carta stampata i monologhi interiori di Katniss, lasciando in sospeso alcuni degli interrogativi che, probabilmente, saranno affrontati nei due sequel che di certo non tarderanno ad arrivare. Ad anticiparli, il finale aperto che getta altra benzina sulle alte fiamme esplose nelle oltre due ore di film: un ottimo motivo per non scappare via prima che si accendano le luci in sala.