Se pensiamo alla TV degli anni ’80, i nostri ricordi vanno a tanti telefilm, rigorosamente statunitensi, ma anche ai tantissimi cartoni animati giapponesi che venivano mandati in onda spesso in contenitori per ragazzi. Con storie diverse, che si rifacevano a generi diversi, e potevano piacere ai bambini, alle bambine, o a entrambi.

I cartoni animati giapponesi hanno lasciato un immaginario fatto di molte cose, ma soprattutto di personaggi che incarnavano molto spesso dei tipi, il bene o il male, che finivano inevitabilmente per scontrarsi, finché il bene non trionfava. E di sigle, indelebili, che condensavano le storie in poche frasi.

Uno di questi buoni che vinceva sempre era “L’uomo tigre“, un wrestler cresciuto in un orfanotrofio, che sconfiggeva a uno ad uno gli emissari della sua vecchia società, la Tana delle Tigri, che esigeva fedeltà, ma anche malvagità, ai suoi wrestler.

Tra le sfide più interessanti in questi cartoni, c’era il filone dell’uomo che cerca di addomesticare la natura. Un esempio era “Sampei“, il pescatore con le orecchie a sventola e gli infradito, che cercava di pescare, spesso riuscendoci, pesci più grandi di lui.

All’interno del filone comico c’era molto spesso l’amore e lo sport. Come in “Gigi la trottola“, il più basso tra i giocatori di pallacanestro della sua scuola, ma anche il più bravo quando vuole fare colpo su Anna, la ragazza di cui è innamorato.

L’attenzione giapponese verso gli sport di squadra si faceva sentire moltissimo all’interno dei loro anime, come la pallavolo, celebrata in “Mimì e la nazionale di pallavolo”, un cartone cupo intriso di una concezione dello sport come sacrificio (la protagonista arriverà ad allenarsi con le catene ai polsi), ma anche il più scanzonato “Mila e Shiro“, che parlava del nascente amore di due futuri astri di questo sport, che non potevano coronare il proprio sogno d’amore prima di vincere le olimpiadi.

Per restare in tema di eroine che cercavano l’amore, c’era anche “Rensie la strega“, figlia di una donna lupo e un vampiro, promessa sposa al figlio di Satana, ma che si innamorava di un umano e cercava di conquistarlo in barba a tutte le convenzioni. Un modo simpatico per parlare di diversità e società, che si traduceva spesso in gag esilaranti.