A differenza dei leader maschili, le donne in carriera sono spesso descritte attraverso stereotipi banali con lo scopo di sminuire il loro ruolo all’interno della società. Acida, arpia, zitella. Questi sono solo alcuni degli appellativi usati per descrivere le donne al potere, non importa quanto siano capaci, e nemmeno che cosa stiano facendo.

Ma oltre al danno arriva anche la beffa, infatti a minimizzare lo status femminile non sono solo gli uomini, ma le donne in carriera stesse che spesso giudicano le colleghe dello stesso sesso. Valerie Youg nel suo libro dedicato alle donne in carriera, “The Secret Thoughts of Successful Women” (I pensieri segreti delle donne di successo), definisce impostor syndrome il fenomeno secondo cui ci si convince che è merito solo della fortuna l’aver conquistato un ruolo di potere, e non in virtù delle proprie capacità o abilità personali.

Peccato che a subire le conseguenze del percepirsi come un impostore sul posto di lavoro siano per lo più le donne, le quali finiscono per diffidare delle loro opinioni e sottovalutare la loro capacità di scelta, venendo a patti con la propria autostima e diventando vittime di standard di giudizio più alti dal punto di vista fisico, comportamentale e intellettuale.

Così mentre agli uomini in carriera si perdona tutto, o quasi, alle donne in carriera non si lascia passare quasi nulla e a minacciare ancor più la loro autostima e di conseguenza il loro status ci pensano gli stereotipi. Il pregiudizio contro la competenza femminile sembra quindi esistere, e a questo proposito Forbes ha tracciato una lista dei dieci peggiori stereotipi cuciti addosso alle donne in carriera.

In cima al podio campeggia la donna ghiacciolo, la manager ferrea e algida in stile Miranda Priestly, celebre protagonista del film “Il diavolo veste Prada”: se mostrare le proprie emozioni è considerato affare da deboli, mantenersi professionali sempre e comunque equivale a essere scambiate per individui anaffettivi.

Al secondo posto dilaga l’appellativo zitella, ignorando spesso che il corrispettivo al maschile sia scapolo e che se un uomo rinuncia alla propria vita personale per la sua carriera è degno di nota, mentre se lo fa una donna è motivo di scherno.

Dal terzo al decimo posto si sprecano gli aggettivi: aggressiva, debole, mascolina, connivente, emotiva, arrabbiata, cheerleader, tappabuchi: questo ultimo appellativo fa riferimento alla ancora esigua percentuale di donne che occupano cariche importanti, anche nelle amministrazioni statali, inserite solo come piccola rappresentanza ma senza poteri effettivi. Praticamente la reincarnazione del diavolo. Ovviamente, per citare ancora una volta la nota pellicola, rigorosamente vestito Prada.

Fonte: Forbes