Anticipato da una promozione a tappeto con la speranza di diventare il nuovo blockbuster del cinema sull’onda dei successi che hanno letteralmente invaso le classifiche di tutto il mondo, arriva nei cinema italiani “I Tre Moschettieri”, il nuovo film del regista statunitense Paul W.S. Anderson. L’inglese, già abituato a produzioni dai risvolti fantastici – era dietro la macchina da presa della saga di Resident Evil – prova a dare alla luce un misto di storia e steampunk, sfruttando lo spunto del romanzo di Alexandre Dumas per mettere in piedi una storia fantasiosa e fin troppo ingarbugliata con quel tanto di 3D utile per rimanere al passo coi tempi.

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Di certo, Anderson non ha lesinato sul cast. Infatti, oltre alla moglie Milla Jovovich, fanno la loro comparsa anche Orlando Bloom, pronto a vestire panni tra lo storico e il fantastico dopo la defezione di “Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare“, il premio Oscar Christoph Waltz, reduce dal successo di “Carnage” di Roman Polanski, il brillante Matthew MacFadyen di “Funeral Party” e Mads Mikkelson, lo spietato Le Chiffre “Quantum of Solace”. C’è posto anche per Logan Lerman, il giovane protagonista di “Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo”, l’apprezzatissimo James Corden, il Volstagg di “Thor” Ray Stevenson e Til Schweiger, attore e regista tedesco che si è guadagnato un posto nel cuore dei fan di Quentin Tarantino nel ruolo di Hugo Stiglitz “Bastardi senza gloria”.

Il giovane guascone D’Artagnan, lascia la famiglia per trasferirsi a Parigi con la speranza di unirsi ai leggendari tre moschettieri Athos (MacFadyen), Porthos (Stevenson) e Aramis (Luke Evans). Il ragazzo però non sa che nel frattempo il trio ha perso la fama e il posto alla corte del re, attraversando così un periodo di fortuna avversa. Sarà però un piano dello spietato Richelieu (Waltz) tramato contro il re Luigi XIII (Freddie Fox) a richiedere l’aiuto del neo quartetto, mandando all’aria l’operato del Cardinale e della doppiogiochista Milady (Jovovich), alleata non solo con colui che aspira al trono di Francia ma anche con il perfido Duca di Buckingham (Bloom).

Il trailer parlava chiaro: di galeoni volanti Dumas padre non ne ha mai scritto e, forse, non ci aveva neanche mai pensato. Quindi, sembra ovvio che varcare la soglia della sala con l’intenzione di godersi l’ennesima fedele messa in scena cinematografica di uno dei classici più amati della letteratura sarebbe davvero una mossa più che sbagliata. Pessima idea anche quella di scegliere il film per il 3D: ce n’è poco, qualitativamente non dei migliori scarso e per buona parte del film inutile se non nelle scene più concitate di duelli ed esplosioni ad alta quota.

Anche il cast ci mette del suo. Se la Jovovich, Lerman e Bloom lasciano a bocca aperta, e non per l’impeccabile interpretazione ma per la pomposità gratuita fin troppo fuori dagli schemi, talenti come quello di MacFadyen e Waltz, ormai completamente a suo agio nel ruolo del cattivo di turno tanto da concedersi una breve ma appassionata esercitazione nel ruolo di spadaccino, si arrampicano con fare caricaturale su una sceneggiatura caotica e inconcludente, con buona pace dell’arte cinematografica e della recitazione. Non mancano di certo le scene dichiaratamente strapparisate, sebbene siano decisamente più adatte a un pubblico estremamente giovane, affascinato più dai duelli da cartone animato che dai dialoghi tra i protagonisti.

Nonostante tutto dei lati positivi ci sono: i costumi, dettagliati e sofisticati al punto giusto da lasciare a bocca aperta, e le ambientazioni, grazie ai suggestivi esterni girati in Baviera e le attente ricostruzioni allo Studio Babelsberg di Potsdam sono due punti di forza non indifferenti, capaci quasi di far chiudere un occhio sul alcuni difetti più superficiali. Ultimo ma non meno importante: l’azione; con un ritmo incalzante, quasi da videoclip, “I Tre Moschettieri” scorre veloce come la luce tra un duello e una cannonata. Non manca neanche la chicca per le non più giovanissime, ovvero “When we were young” dei redivivi Take That che accompagna i titoli di coda.

Anderson deve aver studiato bene la saga dei “{#Pirati dei Caraibi}”, in particolare del flebile ultimo capitolo, tanto da riuscire a coglierne solo il meglio, tirando fuori un prodotto qualitativamente mediocre ma nonostante tutto divertente e adatto a tutta la famiglia, una scelta ben poco azzardata. Non contento, il regista riesce a buttare nella mischia anche alcune citazioni, non necessariamente volute, ad alcune delle scene più sfruttate degli ultimi ventanni: c’è un po’ di Neo di Matrix nella scivolata di Milady e un po’ di LeeLoo, personaggio interpretato proprio dalla gentile consorte “Il quinto elemento” di Besson, nella destrezza con le armi misto al miglior Cruise di “Mission Impossible” nelle acrobazie con corde e mulinelli in abiti più che risicati. Non manca neanche la scena alla “Entrapment”, nello schivare i taglientissimi fili – ma solo perché metterci dei laser sarebbe stato troppo anche per Anderson – che dividono la bella doppiogiochista dai gioielli della Regina e gli stessi “Pirati” nello stile e nei combattimenti del galeone sul cielo di Parigi.

C’è anche spazio per un finale apertissimo che lascia aperto uno spiraglio per un sequel che, in caso di risposta positiva da parte del pubblico, non tarderà di certo ad arrivare. Continua dunque la serie dei film “godibili e senza impegno”, incapaci concedere allo spettatore il lusso di una soddisfazione a tutto tondo ma con tutte le potenzialità per regalare qualche ora di spensieratezza senza ferire nessuno, se non forse i sentimenti di Dumas padre che però, di certo, non se la prenderà più di tanto.