In tutta franchezza, credo che siano davvero pochi i festival che nel tempo siano stati capaci di essere coerenti e di mantenere i propositi iniziali. Il “Sundance Film Festival“, tranne che in pochissime eccezioni, l’ha sempre fatto. Questo grazie alla poetica e la lungimiranza del suo fondatore, Robert Redford, attore straordinario, e da sempre in prima linea a lottare per le libertà individuali.

Anche durante l’edizione di quest’anno, la manifestazione, ha tentato di donare la giusta visibilità a pellicole che prendessero spunto dalla nostra contemporaneità. Il premio come miglior documentario è andato a “Restrepo“, girato dai due giornalisti di guerra Sebastian Junger e Tim Hetherington e che riprende la quotidianità di un reparto formato da 15 uomini delle truppe americane in una delle zone a più alto rischio attentati dell’Afghanistan.

L’altro film vincitore del festival è “Winter’s Bone“, della regista americana Debra Granik, che ha trionfato sia come miglior film che come migliore sceneggiatura. La storia racconta di una ragazza in cerca del padre, un trafficante di droga, e che nel tentativo di raggiungerlo sarà costretta ad attraversare le selvagge montagne di Ozarkin.

Proprio come si diceva all’inizio, il “Sundance Film Festival”, ha puntato lo sguardo su due tematiche estremamente forti e di attualità: il conflitto in Afghanistan e la famiglia, due dimensioni sempre più isolate e abbandonate a sé stesse.