{#Il Cammino per Santiago} è il nuovo film di Emilio Estevez, nato da una collaborazione tra il regista e il padre Martin Sheen, protagonista della pellicola, in onore del tradizionale pellegrinaggio che ogni anno richiama tra i Pirenei e la Spagna milioni di persone pronte a ripercorrere la via che conduce al santuario in cui è conservata la tomba di Giacomo il Maggiore. Ne è passato di tempo da quando Estevez era annoverato tra i membri del brat pack, il gruppo di ragazzotti diventati famosi negli anni ’80 per le commedie di stampo adolescenziale; giunto alla settima pellicola, dopo una corposa carriera davanti alla macchina da presa, il regista ritorna con un viaggio spirituale alla ricerca di se stessi.

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Insieme allo stesso Estevez e al padre Martin Sheen, protagonista de Il Cammino di Santiago, c’è un pugno d’attori ben affiatato a comporre il gruppo principale dei viaggiatori. C’è la canadese Deborah Kara Unger insieme al nordirlandese James Nesbitt; a loro si aggiunge anche Yorick van Wageningen, attore olandese già visto in {#Millennium – Uomini che Odiano le Donne} alle prese con Rooney Mara e Daniel Craig.

Il medico americano Tom Avery (Sheen) è nei Pirenei francesi per riportare a casa il corpo del figlio Daniel (Estevez), deceduto durante una tempesta nella prima tappa del cammino di Santiago di Compostela, il pellegrinaggio di 800 km che porta fiumi di persone fino al santuario della città spagnola. Intento a scoprire le motivazioni che avevano spinto il figlio a compiere il grande passo, Tom decide di percorrere la lunga strada insieme alle ceneri del ragazzo; sarà l’incontro con alcuni nuovi compagni di viaggio ad aiutarlo a trovare le risposte ai suoi interrogativi.

È un lungo viaggio corale quello de Il Cammino di Santiago, capace di portare sul grande schermo un interessante mix di sentimenti e ricerca spirituale senza cadere nella tentazione di propinare l’ennesimo pastiche di religiosità e atmosfere pseudo new age. Dalle risate allo spunto per interessanti riflessioni, passando per le diverse figure che compongono un intelligente quartetto capitanato da un Martin Sheen sempre impeccabile, il film diretto da Estevez riesce a sfruttare appieno le caratteristiche del suo eterogeneo cast, perfettamente disegnato sullo sfondo delle maestose catene montuose a cavallo tra Francia e Spagna.

Nelle due ore abbondanti di pellicola, il regista conduce pian piano – forse in alcuni casi anche troppo – lo spettatore nella lunga strada affrontata da Tom, portando allo scoperto il rapporto vissuto da padre e figlio, interpretato dallo stesso Estevez, cercando di mostrare quello che c’è oltre lo sguardo; un’azzeccata metafora, visto che il lavoro di Avery è proprio quello dell’oftalmologo, capace di migliorare la vista degli altri ma non all’altezza di vedere cosa c’era veramente nei piani del ragazzo che, da un momento all’altro, decide di abbandonare tutto per andare a cercare le risposte alle sue domande del duro viaggio in cui perderà la vita.

C’è sentimentalismo ma non è mai scontato, abbandonato tra le righe alla ricerca di facili emozioni; ci sono le vite dei tre compagni di viaggio di Tom, ognuno con le proprie motivazioni, ognuno intento ad affrontare i propri demoni per ritrovare finalmente la luce interiore. Un’occasione, quella de Il Cammino per Santiago, che Estevez non si lascia sfuggire di mano, cogliendo l’occasione per lui di riscoprire e rendere omaggio alla terra di Spagna, suo luogo di origine, con un intenso film sul viaggio in grado di mettere a nudo una delle tradizioni millenarie più sentite da chi, per i propri motivi e per propria scelta, decise di mettersi in gioco alla ricerca di sé.