A un anno dai suoi ultimi due film, “Il figlio più piccolo” e “Una sconfinata giovinezza”, Pupi Avati torna al cinema con “Il cuore grande delle ragazze”, ultima fatica del prolifico regista bolognese presentata tra i titoli della sezione ufficiale della 6ª edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Assente in conferenza stampa a causa di un malore che aveva fatto pensare inizialmente a una sua assenza alla kermesse capitolina, il regista ha poi sfilato sul red carpet insieme ai due protagonisti Micaela Ramazzotti e Cesare Cremonini e al cast al gran completo.

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Alla prima esperienza importante nel mondo del cinema, l’ex voce del gruppo dei Lùnapop riesce a calarsi nei panni del protagonista Carlino senza troppe difficoltà, anche grazie alla sua spontaneità e faccia tosta; al pari anche la Ramazzotti, con il suo accento pronunciato a hoc riesce a strappare le risate del pubblico più timido. Da citare anche le musiche di un altro bolognese doc, Lucio Dalla, capace di creare atmosfere e sensazioni in perfetta armonia con lo stile dolceamaro della regia, ormai diventato un vero e proprio marchio di fabbrica di Avati.

Durante la prima metà degli anni trenta, Francesca Osti (Ramazzotti), torna dalla città in cui era stata mandata a studiare dalla famiglia benestante e s’innamora a prima vista di Carlino (Cremonini), uno dei tre figli dei contadini Vigetti. Nonostante l’accordo tra i genitori Sisto e Rosalia Osti, costretti ad accettare in casa il giovane contadino per sistemare almeno una delle due figlie più attempate Maria e Amabile, i due mandano in fumo tutti i piani con il loro amore travolgente.

Il passato è un tema caro ad Avati, visto l’excursus temporale delle sue ultime produzioni; dopo “Il papà di Giovanna”, il regista torna negli anni trenta con una commedia nostalgica e romantica al tempo stesso, tipica della produzione del bolognese; un tratto che, come quello dei capitoli precedenti della sua filmografia, o si odia o si ama senza troppi mezzi termini.

C’è tutto un mondo dietro a “Il cuore grande delle ragazze”, un universo femminile che ha dovuto imparare a sopportare, a farsi forza tra tradimenti, rifiuti e un rapporto tra marito e moglie profondamente diverso dalla concezione moderna che si ha di esso. È anche l’atmosfera a dettare i legami tra gli amanti: ci sono luoghi lontani dalla confusione e dal caos, prezzo da pagare per la modernità che ormai ha preso d’assalto le città, realtà veraci e pragmatiche che riportano con facilità nei ricordi del regista che per l’occasione ha abbandonato il set naturale della sua città Natale per la più tranquilla Fermo, nelle Marche.

Avati ricalca il suo consueto stile cucendo sugli interpreti i personaggi del passato, ricostruendo la magia di un’epoca ormai trascorsa – quella dei veri nonni del regista – in una pellicola sognatrice e contenuta nei tempi. Nella sua consuetudine, però, rischia di giocare troppo con facili emozioni e situazioni fin troppo prevedibili; altra nota di demerito per la parlata della Ramazzotti, spesso fin troppo accentuata da cadere nel macchiettistico nonostante i buoni intenti di partenza. Si ferma dunque a metà strada quest’ultima fatica del veterano del cinema italiano, troppo preso dai ricordi per poterli condividere con il pubblico. In fondo è pur sempre un pezzo della sua storia.