I laureati italiani vivono una vita decisamente frustrante, anche quando ottimamente qualificati: un terzo di loro, anche tra gli over 30, non fa il lavoro per cui ha studiato. Percentuale che si alza al 50% nel caso delle donne laureate. Lo rivela il rapporto sul mercato del lavoro del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) guidato da Antonio Marzano. Uno spaccato dickensiano, da grandi speranze fallite.

Il triste destino dei laureati comincia ancora prima del sudato pezzo di carta, quando non riescono a trovare un lavoro che permetta di mantenersi agli studi: soltanto uno studente su dieci lavora mentre studia. In Germania sono più della metà.

Naturalmente il peggio arriva quando si è concluso il proprio percorso di studio – che spesso viene allungato da concetti pericolosi come «formazione permanente» che somiglia molto alla procrastinazione di un serio impegno di lavoro a causa della mancanza di opportunità – e si scopre che si sarà sottovalutati, e sottopagati. I sottoinquadrati, in Italia, sono 5,2 milioni: fanno un lavoro che non c’entra con le loro qualifiche. Di questi scollamento, i giovani laureati sono la componente stabile: il 35%.

In Italia, dunque, ci vogliono mediamente 25 mesi per trovare un lavoro, e non sarà quello che hai sempre desiderato. Una morale dolorosa, che non si può archiviare superficialmente pensando che un lavoro è un lavoro: lo Stato e le famiglie spendono molto denaro per la formazione dei figli, e se dopo la laurea il massimo è un fast food o un call center, non c’entra la poca voglia di lavorare o la dignità: è una questione di giustizia sociale e anche di prospettive.

Da qui, il fenomeno della fuga dei cervelli, sempre più rilevante: almeno 200/300 mila laureati ogni anno lasciano il paese in cerca di fortuna all’estero. Un numero mostruoso, secondo soltanto, per inquietudine, ai due milioni di neet (Not in employment, education or training), che non lavorano né studiano perché scoraggiati, depressi. Uno spreco di capitale umano che dovrebbe indignare anche più dello spreco di denaro pubblico.

Fonte: CNEL