Il mio migliore incubo!” è la nuova fatica cinematografica di Anne Fontaine, cineasta francese giunta alla ribalta grazie all’interessante pellicola biografica del 2009 dedicata all’iconica stilista francese Coco Chanel. Presentato fuori concorso all’ultima edizione del {#Festival del Cinema di Roma}, la pellicola arriva nei cinema italiani dopo un sottile quanto importante cambio di titolo, si va dall’originale “Mon Pire Cauchemare” (“Il mio peggior incubo”) a un “miglioramento” nel giro di qualche mese, con l’intento di affrontare con i toni della commedia lo scontro tra due diverse classi sociali, alla ricerca di una nuovo punto di vista su questo storico quanto attuale dilemma.

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A vestire i panni dei due protagonisti, ci sono due volti noti del cinema francese: a fare da contraltare al rozzo Benoit Poelvoorde, già visto in Italia in occasione di “{#Niente da dichiarare?}” del regista del successo di “Giù al Nord” Dany Boon, c’è la bella e algida Isabelle Huppert, perfetta nel ruolo di Agathe. Completa poi il terzetto André Dussollier, altro nome di rilievo della cinematografia d’oltralpe.

L’altolocata Agathe (Huppert), precisa nel gestire in maniera impeccabile figlio e marito (Dussolier), è costretta a stringere un rapporto di conoscenza con Patrick (Poelvoorde), un uomo estremamente grezzo che vive in un furgone portando a casa la giornata con lavoretti occasionali. A unire queste due figure agli antipodi, sono proprio i due figli, compagni di scuola prima e amici dopo, che a differenza dei propri genitori, non hanno avuto problemi a gettare le basi per una sana amicizia lontana dai pregiudizi della classe sociale. Quando però il marito di Agathe ha la brillante idea di accogliere in casa Patrick per svolgere alcuni lavoretti casalinghi, tra i due sarà l’esplosione di una bomba a orologeria.

Affinità e contrasti tra classi diverse: è questo “Il mio migliore incubo!” della Fontaine, una commedia che gioca con uno degli stereotipi da sempre affrontato dentro e fuori le sale cinematografiche puntando il dito contro i due protagonisti che si fanno perfettamente carico di portare sul grande schermo vizi e virtù delle diverse estrazioni sociali. È netto il punto di rottura tra Patrick e Agathe, almeno fin quando i confini non si ammorbidiscono fino a dar vita a un vivace e coinvolgente gioco che inevitabilmente non può che culminare verso una nuova via tutta ancora da battere.

Se Poelvoorde e la Huppert non hanno remore nel lanciarsi a spada tratta contro il proprio nemico giurato, senza risparmiare parole al vetriolo e frecciatine avvelenate, rimane piuttosto in secondo piano il ruolo di Dussollier, offuscato non solo da un personaggio piuttosto marginale ma anche dall’interpretazione senza peli sulla lingua dei due protagonisti che, da soli, riescono amabilmente a tenere alta l’attenzione per tutta l’ora e mezza abbondante di pellicola.

Di certo non mancano gli spunti al cinema d’oltralpe, soprattutto quando si tratta di mettere a fuoco uno spaccato della società attuale in maniera netta e incisiva, senza fare troppi sconti a carnefici e vittime che poi non sempre si dimostrano tali. Con un pizzico d’ironia e un occhio di riguardo per l’argomento scottante, Anne Fontaine porta sul grande schermo una commedia divertente e piacevolmente stuzzicante, giocando bene le sue carte che riservano agli spettatori non poche sorprese capaci di strappare risate a fiumi.