Era da quattordici anni che si tentava di far approvare la legge. E, finalmente, la scorsa settimana la camera alta del parlamento di Nuova Delhi ha votato a favore del Women’s Reservation Bill, il provvedimento che assicura alle donne di occupare un terzo degli scranni delle assemblee federali e nazionali.

Ma non si può ancora dire che la legge sia realtà: adesso, infatti, il provvedimento passa alla camera bassa, dove per essere approvato dovrà ottenere il voto favorevole di almeno la metà dei 28 stati che formano la democrazia più popolosa del mondo.

Infine, sarà necessario il via libera del Presidente della Repubblica.

Questi due ultimi tasselli del puzzle, però, sembrano tutt’altro che insormontabili, specie per il fatto che a Rashtrapati Bahvan, il palazzo del presidente, adesso c’è una donna, Pratibha Patil, eletta presidente dell’India nel 2007.

E donna è anche la presidente della camera bassa, Meira Kumar, eletta nel giugno del 2009. Il Women’s Reservation Bill ha dunque ottime chance di completare il suo iter e tradursi in misura concreta.

Un’altra notissima donna politica indiana, anche se la sua è una nazionalità acquisita, perché è originaria proprio dell’Italia, Sonia Gandhi, ha accolto positivamente la legge, definendola:

Un regalo alle donne.

Un buon passo avanti per un paese democratico più in teoria che in pratica, dove la società è ancora maschilista, gli aborti selettivi praticatissimi, l’accesso a scuola e cure sanitarie ancora molto difficoltoso.

Non sono, tuttavia, mancate le proteste: sabato Mulayam Singh Yadav, il presidente del partito Samajwadi, si è espresso negativamente nei confronti di questo provvedimento, definendolo un rischio letale per la democrazia indiana. La lotta per il riconoscimento dei diritti e dell’identità politica delle donne indiane, di conseguenza, dovrà nuovamente scontrarsi con le roccaforti maschili del potere.