Sono 676 mila persone, collaboratori a progetto (co.co.pro.) con un reddito medio di 9.855 euro l’anno. Due su tre hanno tra i 20 e i 39 anni e generalmente non hanno un altro lavoro. È quanto rileva l’Isfol sulla base dei primi risultati di un progetto di ricerca sul lavoro parasubordinato basato su dati di fonte Inps. Dove emerge l’identikit dei nuovi poveri.

Il co.co.pro. standard è donna, under 30, magari con Partita Iva finta – cioè lavora sempre per lo stesso committente – e guadagna meno di 10 mila euro l’anno: le nuove povertà si insinuano nei contratti che la riforma del lavoro del ministro Fornero vorrebbe spazzare via, o quanto meno semplificare. Anche per la grave ingiustizia di queste forme di finta “libera professione” che sgrava dai propri doveri i datori di lavoro.

L’Istituto evidenzia che oltre il 70 per cento dei collaboratori è tenuto a garantire la presenza presso la sede di lavoro, il 67 per cento ha concordato un orario giornaliero con il datore di lavoro e il 71 per cento utilizza nello svolgimento della prestazione mezzi e strumenti del datore di lavoro. Inoltre, più del 70 per cento dei collaboratori dichiara che la forma di contratto non deriva da una sua scelta ma da una richiesta del datore di lavoro.

La questione è nota: ai sindacati viene imputata la colpa secondo la quale a furia di difendere il lavoro non si sono difesi i salari e a furia di difendere i protetti si è lasciato cadere tutti gli altri. I sindacati, al contrario, non vogliono cedere sui diritti perché temono sia il cavallo di Troia per uno smottamento generale dell’economia reale del paese. Un dibattitto serio, ma che sembra lontano anni luce dai problemi del popolo dei parasubordinati, alle prese nella maggior parte dei casi arriva alla sussistenza grazie alle famiglie e che non ha risposto in alcun modo agli obiettivi degli anni Novanta, cioè rendere meno costoso il lavoro.

Lo sfruttamento, l’abuso di questi contratti – oggi in flessione a causa di una crisi generalizzata – non ha portato effetti positivi, quindi bisogna fare retromarch e cercare di far costare di più queste forme flessibili ai datori di lavoro.

Fonte: Isfol