I fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne si sono aggiudicati il Gran Premio Speciale della Giuria, il secondo per importanza del festival di Cannes, dopo la Palma d’Oro – vinta dal film di Terrence Malick – che premia una pellicola di straordinaria essenzialità, il riassunto di dieci anni del loro cinema.

Le Gamin au vélo” (“Il ragazzo con la bicicletta” in Italia, dove è già distribuito nelle sale) racconta la storia Cyril (Thomas Doret), un adolescente difficile, colmo di rabbia perché il padre lo ha di fatto abbandonato in un istituto. L’evoluzione psicologica del ragazzino si fonda su un passaggio: dall’attesa cieca e ostinata che il padre lo riprenda con sé alla consapevolezza che questo non accadrà mai.

Galleria di immagini: Il ragazzo con la bicicletta

Ma la storia non finisce qui, perché nel piccolo paesino dove incontra, per caso, una parrucchiera (una strepitosa Cécile de France, già vista nell’ultimo film di Clint Eastwood) che lo accoglie nei fine settimana per tentare un affidamento sotto tutela dei servizi sociali, il ragazzino è come un moderno Pinocchio, alle prese con moderni Lucignolo, e altrettanti moderne insidie, fino alla resa di conti finale e alla sua conversione.

Come molti critici hanno fatto notare, la trama ricorda altre storie dei fratelli Dardenne, ma questa piccola favola, cruda e oggettiva come solo loro sanno fare, ha qualcosa di più perché, paradossalmente, ha qualcosa di meno. Meno pathos, meno drammi, meno spiegazioni: il film non spiega neppure dov’è finita la mamma naturale del ragazzino e perché la parrucchiera-fata turchina ha deciso di accoglierlo.

Basta la cinepresa e lo sguardo incredibilmente asciutto della regia targata Dardenne per spegnere le curiosità “appercettive“, che distraggono dal flusso delle immagini, e catturare lo spettatore dentro una storia che poi non si dimenticherà più.

Non mancano naturalmente alcune pungolature alla morale borghese, alla freddezza burocratica della scuola, tutti temi cari al loro cinema, ma stavolta il vero pugno allo stomaco è l’assenza di un giudizio grave sul comportamento degli adulti, quando piuttosto la concentrazione sulle risorse interne di questo ragazzino, che trova in sé, da qualche parte, la forza di rinascere grazie al più semplice elemento della vita: l’amore gratuito di un’altra persona.

Come se i Dardenne volessero dire, con questo film, che le circostanze ci fanno essere buoni o cattivi, ma per la stessa ragione nessuno di noi può sinceramente affermare che non esista sempre, nella nostra vita, un momento in cui possiamo scegliere di diventare l’uno o l’altro.