Cosa bisogna sapere se ci si approccia all’insegnamento? Intanto, che si tratta di una vera e propria vocazione, non di un semplice lavoro. A fronte di un iter di studi ormai lunghissimo e di una riforma per cui è diventato sempre più difficile entrare nel mondo della scuola, perfino dalla porta posteriore, dato che i PON, solitamente destinati a esperti, sono monopolizzati dagli insegnanti, poiché i bandi richiedono esperienza lavorativa.

Ma l’insegnamento è anche un lavoro che non ha troppe possibilità di carriera, a parte il concorso per diventare presidi che si sta svolgendo in questo periodo e il prossimo sarà chissà quando.

In tal senso, è fondamentale che chi sceglie di diventare insegnante sia fortemente motivato e che non lo percepisca come un mestiere come un altro. Non è affatto una banalità ritenere che gli studenti rappresentino il futuro della nostra nazione, e vero è pure che al centro della cronaca finiscono esempi pessimi di insegnanti, o esempi ottimi di studenti che sono la riprova che la scuola italiana funziona solo per chi non ne ha bisogno.

Il dovere numero uno di un insegnante è la comprensione. Se non si riesce a comprendere i problemi di apprendimento o educativi di un ragazzo, sarà difficile riuscire a insegnargli qualcosa. Un luogo comune è che gli insegnanti giovani riescano meglio a comprendere, perché c’è meno distanza generazionale con i ragazzi: è una questione invece caratteriale, e se i ragazzi non ci piacciono o non abbiamo pazienza, è pressoché inutile iniziare una carriera del genere, o si rischia di fare più danni che benefici.

Una regola importante è quella di interessarli a qualcosa, soprattutto gli studenti delle elementari che sono tendenti alla divagazione. Dimenticate tutto quello che avete visto nei film, tra professor Keating che saliva in piedi sui banchi, per spiegare come pensare con la propria testa, e Michelle Pfeiffer in “Pensieri pericolosi”, che insegnava Bob Dylan agli studenti. E dato che non tutti si insegna materie letterarie, sarebbe un po’ complicato trasporre l’esperienza nelle altre materie.

C’è da dire che gli insegnanti di materie pratiche sono più agevolati nell’insegnamento, perché questo prevede non solo l’apprendimento nozionistico, ma soprattutto consente ai ragazzi di provarsi con quello che stanno imparando. Per cui via libera a laboratori artistici, tecnici e musicali, ma soprattutto scientifici: i ragazzi percepiscono l’andare in laboratorio come una vacanza, uscendo fuori dalla classe, che per loro è il luogo istituzionale dell’obbligo di apprendimento.

Importante è anche istillare nei ragazzi la propria passione per l’apprendimento. Spesso i giovani riescono a percepire molto spirito emulativo, ma solo in chi hanno stima, che va guadagnata in precendenza con l’ascolto e la comprensione. Per questo non dovrete ripetere tutto quello di sbagliato che hanno fatto i vostri insegnanti quando voi eravate a scuola, e anzi mostrare passione. Non è facile farlo con una paga così bassa, ma è questo che si intende per vocazione dell’insegnante.

Un insegnante però non deve essere amico degli studenti, altrimenti i ruoli rischiano di confondersi e i ragazzi si prenderebbero confidenze eccessive: l’insegnante dovrebbe usare pugno di ferro in guanto di velluto, cioè riuscire a spingere i ragazzi a studiare, ma al tempo stesso renderglielo piacevole, per quando è possibile, magari mostrando loro dei trucchi che facilitino la memoria.