A che serve picchiare contro un muro, se questo muro è di gomma? Dovrebbero chiederselo i tanti (130 mila) che hanno

sostenuto nei giorni scorsi il test di ingresso per l’anno di tirocinio formativo per l’insegnamento, un esame che più di altri ha concentrato tutti gli aspetti più negativi della sottoccupazione intellettuale nel nostro paese: domande astruse, soluzioni sbagliate, costi eccessivi per gli esaminandi e le loro famiglie in cambio di niente. Una promessa: se e quando ci sarà il concorso per la scuola potrete entrarvi. Da insegnanti precari, naturalmente.

Che in Italia, riguardo alla scuola, si sia arrivati all’incredibile formula del “corso per diventare precario” non tutti lo sanno. Come capita spesso nelle aree professionali che già conoscevano la precarietà – ma avevano altri nomi – negli anni Ottanta e Novanta (è il caso dei senza cattedra nelle scuole pubbliche, ma anche il giornalismo, ad esempio, col vecchio “abusivato”), nel momento di diffusione di massa del fenomeno queste mostrano un nuova frontiera. Fanno uno scatto in avanti verso il burrone.

Il caso dei tirocini formativi – idea dell’ex ministro Gelmini contenuta nella sua riforma – è emblematico: sui giornali e in rete si è scatenata l’indignazione per i test pieni zeppi di errori, di domande trabocchetto fatte apposta per raggiungere la bocciatura al 100% (cifra che corrisponde in proporzione inversa alle necessità di forze fresche in alcune classi di insegnamento: 0%), e tutto questo per poter trascorrere un anno tra i banchi dell’Università facendosi sfilare una media di 2.500 euro, a cui aggiungere testi di preparazione e altri costi.

Il caso degli aspiranti precari della scuola è troppo doloroso per essere derubricato a fallimento del primo anno: la verità è che bisognerebbe avere il coraggio, tutti, di ammettere che questi posti non ci sono, che la scuola ha bisogno a malapena di 20 mila posti (due terzi nelle superiori) all’anno che corrisponde a un decimo dei docenti in sovrannumero già in graduatoria, che il Tfa non hanno bisogno di farlo. Che senso ha continuare a insistere? Per realizzare il proprio sogno? La risposta giusta l’ha data la scrittrice Silvia Avallone, che sul Corriere della Sera ha detto di non crederci più:

«Quattro supplenze l’anno in tre scuole diverse. Che senso ha? Non fai neppure in tempo a conoscerli, i tuoi studenti. Non ci sarà nessun percorso insieme, nessuna crescita. Ho visto troppi aspiranti professori con i volti segnati dalla disillusione mollare tutto all’ultimo momento perché “così, a questo prezzo, non ne vale la pena”. Non sei nessuno. Non hai più nemmeno un centesimo di quell’autorevolezza che avevano i tuoi insegnanti dieci, vent’anni fa. Sei in graduatoria, sei un supplente. Uno che supplisce a un vuoto pazzesco.»

Sul Sussidiario, un sito che ha seguito nello specifico il caso Tfa, la risposta emozionante di un aspirante professore che però non vuole rinunciare:

«Forse parrò un ingenuo, animato da una sorta di fuoco di gioventù che non tiene conto dei problemi reali del Paese e del suo sistema scolastico, oramai in sfacelo. Ma se questa ingenuità è l’unico modo perché l’affascinante professione dell’insegnante non perisca sotto il duplice attacco portato dalle panie del legislatore e dallo scoramento di chi quella stessa professione vorrebbe intraprendere, vale la pena tenerla desta.»

Fonte: Corriere della Sera; Il Sussidiario