Francesca Comencini ritorna alla regia di un nuovo e drammatico film sulle donne di oggi, divise tra il lavoro e i sentimenti. “Lo spazio Bianco” ha riscosso il plauso del pubblico e della critica del Festival di Venezia, e uscirà al cinema il 16 ottobre. In occasione dell’anteprima romana, la regista è stata invitata alla Casa del Cinema per una conferenza Stampa.

Perché hai sentito la necessità di trasformare questa storia in film?

Francesca Comencini: Ho letto il libro subito, appena è uscito credo, per curiosità di lettrice, perché avevo sentito un’intervista di Valeria per radio e sono andata a comprarlo. L’ho amato molto ma in un primo momento non ho assolutamente pensato al libro per fare un film. Amo molto la letteratura e mi piace leggere i libri…non mi viene mai in mente di usare un libro per un film. Poi devo dire la verità, sono stati Domenico Procacci e Laura Paolucci proprio poche settimane dopo che avevo finito di leggere il libro che me ne hanno parlato e mi hanno dato l’idea di trarne un film. Ci sono tanti motivi per cui ho sentito questo desiderio molto forte di adattare questo libro. Prima di tutto, mi piaceva poter parlare di maternità e di parlarne al femminile rendendomi conto che di maternità, di nascita, ne parlano in tanti e se ne parla spesso in maniera ideologica o molto retorica, ma ne parlano pochissimo le donne. L’altra cosa, è stata il desiderio di fare il ritratto di un personaggio secondo noi meraviglioso, quello di Maria, un ritratto di una donna di quarantadue anni.

Nel film racconti la storia di una donna che deve fare una scelta difficile e coraggiosa: portare avanti una gravidanza da sola. Si mette in discussione la maternità e il concetto di famiglia moderna?

Si può aprire un discorso più ampio sul significato di famiglia. Una donna che cresce un figlio da sola è una famiglia, così come lo sono le famiglie allargate, e i bambini che crescono in questo ambiente non sono orfani, come, con tutto rispetto, ha detto il Papa a Praga. Cresco da sola tre figli, e non penso siano orfani. Questa è la realtà di oggi, anche in Italia: i bambini crescono con varie tipologie di famiglie, e non per questo sono danneggiati. Ci sono famiglie allargate con ottimi genitori e altre con pessimi, proprio come nelle famiglie considerate modello. Per quanto riguarda me, penso che la legge 194 debba essere difesa, e la diffusione della pillola del giorno dopo aiutata il più possibile. Non credo che le donne che interrompano volontariamente la gravidanza siano assassine, sono anche io per la vita, ma in modo diverso. La mia famiglia non è quella difesa dai Family day e non accetterò mai che sia considerata di serie B.

Il film si ambienta a Napoli, nonostante la protagonista, Margherita Buy, non sia napoletana. Perché questa scelta?

Nel libro, Napoli è descritta in modo molto poetico e risulta molto legata a tutta la vicenda. Quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura mi sono chiesta se fosse giusto ambientare anche il film a Napoli. In realtà è Napoli che ha richiamato la storia, l’idea di lotta per la sopravvivenza e sfacciata bellezza insita nella città è lo specchio della protagonista. Così Napoli come Maria lottano ogni giorno, al di là dei pregiudizi e degli infiniti ostacoli, solo per sopravvivere.