La notizia è di qualche giorno fa: sospesa momentaneamente la condanna a morte per lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani, 43 enne iraniana riconosciuta colpevole nel 2006 per adulterio.

La storia della donna, e l’appello dei figli, avevano coinvolto l’opinione pubblica e molti gruppi umanitari si erano battuti per l’annullamento della sentenza. Tra questi Amnesty International sempre in prima linea per la difesa dei diritti dell’uomo.

Sakineh era stata condannata per adulterio sulla base di una confessione estorta con la violenza, 99 frustate. Pratica che nella repubblica iraniana, fondata sulla Sharia cioè la legge coranica, è consentita e accettata.

La donna, che parla un dialetto turco, si era dichiarata colpevole non comprendendo perfettamente l’accusa enunciata in persiano.

Il governo di Teheran ha deciso di rivedere queste genere di pratiche così cruente, che coinvolgono principalmente le donne e il loro ruolo all’interno della società. Ha dichiarato all’Irna, il responsabile diritti umani Mohammad Javad Larijani:

Le condanne quali quella alla lapidazione verranno attentamente riviste e probabilmente cambiate.

La pratica cruenta della lapidazione è molto utilizzata nei paesi dove il Corano è alla base della vita e della politica, e consiste nell’interramento in una buca dell’accusata la quale è bloccata fino al petto. Successivamente colpita al volto e al capo da pietre non così grandi da ucciderla subito ma nemmeno troppo piccole da non ferirla. La morte giunge così lenta, in preda al dolore e all’agonia straziante.

Rimane il dubbio che, una volta spenti i riflettori sul caso di questa donna, il governo cambi idea rivendendo la sospensione e confermando la condanna.