Il silenzio ha avvolto la morte per impiccagione di Shahla Jahed, la quale non ha ricevuto lo stesso eco mediatico di Sakineh Mohammadi-Ashtiani e Asia Bibi. La sua storia è passata inesorabilmente sotto una coltre di forzato anonimato, voluto dall’Iran, che ha colto di sorpresa l’opinione pubblica.

Amnesty International si era interessata al suo caso, lanciando un appello per sollecitare un intervento rapido, ma lo stato iraniano ha fatto di tutto perché la donna diventasse l’ennesima vittima di un’ingiustizia.

Shahla Jahed era la moglie provvisoria del calciatore della nazionale Nasser Mohammad Khani, attualmente allenatore del Persepolis, ovvero quella che si potrebbe considerare una sorta di amante.

In Iran gli uomini possono stipulare un contratto di matrimonio a tempo, una strategia che permette di avviare una relazione parallela senza il rischio dell’accusa di adulterio. Per questo motivo gli uomini in Iran hanno diritto ad avere fino a quattro mogli e un numero illimitato di matrimoni a tempo, mentre alle donne è concesso un solo compagno per volta.

Shahla, che rivestiva il ruolo di comprimaria in un matrimonio a tempo con Nasser, era stata accusata di aver ucciso con diverse coltellate la moglie ufficiale del calciatore. Il fatto, accaduto nel 2002, si era risolto con l’arresto della donna, scagionando di fatto il marito inizialmente sospettato.

Verdetto sospeso nel 2008 e riconfermato nel 2009 a causa di una confessione di Nasser che aveva ammesso di aver fatto uso di droghe in compagnia della donna, ricevendo lui stesso 74 frustate ma aggravando la situazione di Shahla.

La donna ha combattuto fino alla fine per dimostrare la sua innocenza, e una prova del suo coraggio sono i lunghi dibattimenti processuali presenti nei due video che vi mostriamo.

La condanna per impiccagione, nel carcere di Evina Teheran, è avvenuta davanti al figlio e a Nasser Mohammad Khani, che avevano cercato di convincere le autorità giudiziarie a sospendere la pena capitale. Shahla, che aveva solo 40 anni, ha pregato prima di morire, e ha chiesto in lacrime che le venisse risparmiata la vita.

A eseguire la sentenza è stato il fratello della vittima che, con un violento calcio, ha buttato a terra la sedia su cui attendeva stremata Shahla. La donna è l’ennesima vita recisa dalla pena di morte, l’arma più veloce per soffocare la giustizia.