Mentre si teme per la vita di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, di cui è stata riconfermata la condanna ma per impiccagione, in Iran si prospetta l’ipotesi dell’abolizione della pena capitale tramite lapidazione.

A riportare la notizia è l’ambasciatore iraniano a Roma, Seyed Mohammad Ali Hossaini, il quale conferma che il nuovo codice penale al vaglio del Parlamento non comprende più questo tipo di pena. Per ottenere l’approvazione, e quindi entrare in vigore, bisogna attendere il responso del Consiglio dei Guardiani, la Corte costituzionale iraniana.

L’ambasciatore, però, si è dimostrato critico nei confronti dell’occidente che ha strumentalizzato per fini politici il caso Sakineh, non interessandosi quasi per nulla invece delle sorti di Teresa Lewis, giustiziata in Virginia pochi giorni fa.

L’uomo ha inoltre dichiarato:

La signora Ashtiani ha commesso un crimine, il concorso in omicidio del marito assieme all’uomo con il quale intratteneva una relazione extraconiugale. Quei Paesi che ne chiedono la liberazione dovrebbero prima liberare i criminali dalle proprie carceri. Credevo che il rispetto per la sovranità nazionale degli Stati fosse un principio consolidato del diritto internazionale.

In apparenza una voce fuori dal coro quella del capo di gabinetto della presidenza iraniana, Esfandiar Rahim-Mashai, molto vicino al presidente Mahmud Ahmadinejad e meritevole della sua fiducia, che ha denunciato pratiche discriminatorie nei confronti delle donne iraniane. Atteggiamento condannato dalle frange religiose più tradizionaliste, sicure che a manovrare le esternazioni del capo di gabinetto vi sia una strategia dello stesso Ahmadinejad per cercare di liberarsi dal controllo delle gerarchie sciite.