Le casalinghe italiane sono quasi cinque milioni. Lo dice l’Istat, che ha considerato tutte le donne di età compresa fra i 15 ai 64 anni e ha stabilito che le massaie sono 4 milioni 879 mila, metà di tutta la popolazione inattiva della penisola.

Una cifra che mostra l’arretratezza del nostro paese, che nonostante qualche tentativo di quote rosa e politiche di parità che hanno contribuito a una diminuzione delle casalinghe in età lavorativa del 5,9 per cento negli ultimi anni, è ancora molto indietro rispetto alla media europea. Fa impressione, in particolare, il peso delle fasce d’età più giovani in questo computo. Nel popolo delle casalinghe, che non hanno e non cercano un lavoro, ben 800 mila sono quelle under 35.

Una tendenza all’inattività che riguarda, in questa generazione, anche gli uomini. Al momento sono una quota marginale, 125 mila, ma di questi, 16 mila hanno meno di 35 anni. La precarietà, la scarsità di opportunità di lavoro, sono quindi fattori che trasformano l’Italia in un paese per casalinghe – e qui rientrano fattori culturali e territoriali che vedono il Sud nelle condizioni peggiori – e ormai anche per casalinghi. Definizione che a questo punto sembra soltanto utilizzato per mascherare l’inattività forzata di chi un lavoro dispera di trovarlo.

I paradossi di queste cifre non finiscono qui. Basti pensare al tasso di natalità, che va per conto suo rispetto alla quota di donne effettivamente impegnate nel lavoro: in Italia ci sono più donne a casa, ma non per questo fanno figli. Per una ragione che è sempre la stessa, ovunque ci si volti: il denaro. I figli costano e un paese con più donne al lavoro probabilmente farebbe più figli, con buona pace di chi si ostina a non pensarla così. Per non parlare del beneficio economico che le donne al lavoro darebbero al sistema paese, calcolato in sette punti percentuali di PIL.

Il sociologo Domenico De Masi così ha commentato questi dati:

«Il popolo delle casalinghe si può divedere in tre: coloro che sono costrette a restare a casa perché devono accudire i figli e/o i genitori anziani; quelle che non hanno trovato un’occupazione e decidono di dedicarsi alla famiglia; infine, c’é anche qualche casalinga di lusso, mogli di uomini facoltosi che non trovano nessuno stimolo a lavorare. I casalinghi invece sono destinati ad aumentare, anche se non velocemente.»

Fonte: RaiNews