Un concerto breve e non certo di tre ore e mezzo, come accadde a Cursi nel 2002 all’uscita di “Unò duè”, quello di Daniele Silvestri, che ha chiuso il venticinquesimo anniversario di Italia Wave a Lecce. Il cantautore romano si è confrontato con la stampa sulla sua musica e sul suo pensiero politico, in un momento in cui sta promuovendo il suo ultimo disco “Scotch“.

Sin dalla copertina, sembra che l’album segua quella filosofia di pensiero, per cui anche Silvestri, come Giorgio Gaber, di cui ha eseguito “Io non mi sento italiano”, avrebbe delle ragioni per andare via o restare in Italia.

Galleria di immagini: Italia Wave 17-07-2011

Parlare del governo sembra a Silvestri un modo per sparare sulla Croce Rossa, ma resta in Italia e, per questo, nella copertina dell’album si è fatto attaccare al muro con lo scotch. E forse per questo ha chiuso il concerto con “Cohiba“, invitando tutti a resistere. Noi gli abbiamo posto alcune domande nel corso della conferenza stampa.

In passato, alcune delle tue canzoni si sono trasformate in dei veri e propri tormentoni: non hai paura che la ripetitività modifichi il messaggio che originariamente volevi dare?

“Dipende, dipende anche da quello che uno si prefigge e se uno ha la presunzione di avere dei disegni, io spesso non ne ho. È anche vero però che alcune delle mie canzoni diventino dei tormentoni mio malgrado, è successo ad esempio con “Salirò“, a distanza di tempo può sembrare facilissima, ma all’inizio non era così, non si poteva sapere se avrebbe avuto quell’esito, esito in cui forse c’entrano delle cose contingenti, perfino il fatto di averla ballata con un’altra persona a fianco che faceva ridere me per primo. So che il tormentone quando diventa tale può generare dell’antipatia perfino in chi ha scritto la canzone e questo mi è successo, mi è successo di ritrovarmi a non sentire più mia una canzone, perché era diventata così tanto presente. Ma sono dei momenti, in cui qualche volta qualcuno si dovrebbe vergognare forse a distanza di tempo. Mi è successo anche con “La paranza“, ma questo non vuol dire che ci sia qualcosa di male, noi che scriviamo canzoni speriamo che piacciano, che vengano cantate, suonate, eseguite, ripensate.”

Tutte le tue canzoni hanno dei contenuti molto intensi, da quelli più intimisti, come “Un giorno lontano”, a quelli con una più spiccata vena sociale, come “Aria“, credi che la musica possa essere un linguaggio universale? Salomon Burke diceva che la musica è il mezzo per affratellare gli uomini, tu che ne pensi?

“Sicuramente è uno dei mezzi, uno dei più istintivi, di cui abbiamo la consapevolezza fino a un certo punto. Intanto, stiamo parlando di musica, di note, più che di testo, la forma canzone è una possibilità, ma non è l’unica. La musica fa parte del funzionamento in qualche modo biologico del mondo, a cominciare dal battito, quindi dal ritmo, ma ha a che fare anche con la matematica e quindi con l’armonia dell’universo, per cui ha molte possibilità per arrivare al cuore e forse alla pancia delle persone. Poi c’è il testo, ma la musica può riempirsi di significato anche senza di esso, ma dipende dal contesto”.