Per qualche tempo, durante la fase centrale della crisi economica esplosa nel 2009, giravano teorie sulla “crisi come opportunità”, soprattutto per le donne, generalmente più brave ad adattarsi e storicamente più aduse a contratti atipici e part time.

Molti economisti prevedevano che le donne sarebbero rientrate prima degli uomini nel mondo del lavoro. Bè, si sbagliavano. L’ultimo rapporto dell’Ilo (International Labour Organization), intitolato “Eguaglianza sul lavoro: la sfida continua”, dipinge un affresco a tinte fosche per l’altra metà del cielo sopra la crisi.

Galleria di immagini: Mobbing

Le donne lavoratrici continuano a guadagnare dal 10 al 30 per cento in meno dei maschi, persistono le difficoltà di inserimento, e la crisi ha persino peggiorato la discriminazione sui luoghi di lavoro.

Juan Somavia, direttore dell’istituto internazionale, ha persino affermato di temere una retrocessione:

“Il rischio che si corre è che gli importanti risultati ottenuti nel corso dei decenni vengano compromessi.”

La discriminazione ha naturalmente tante facce: la malattia, la povertà, le disabilità, le origini sociali o etniche, ma la disparità evidente di 829 milioni di donne nel mondo che vivono in povertà, contro i 522 milioni di uomini ci dice che la differenza di genere continua a essere una voce importante nel bilancio (sempre negativo) della meritocrazia sul lavoro in termini di opportunità. E non solo nei continenti del terzo mondo o in via di sviluppo, ma pure in Europa, dove vanno forte i casi di razzismo e di discriminazione sugli stili di vita (pensiamo al battage che anche in Italia si scatena contro l’omosessualità).

Insomma, le donne pagano il conto sempre un po’ più salato. Anche e soprattutto quando il danno non l’hanno combinato loro.