A volte disoccupazione fa rima con separazione. Sono sempre più chiari gli effetti relazionali della crisi economica. Negli Stati Uniti, il paese che ha prodotto la crisi e che ne sta pagando le più gravi conseguenze in termini di occupazione, si moltiplicano gli studi sull’argomento. Ma l’effetto vale a tutte le latitudini.

Il licenziamento ha effetti diversi sulla {#coppia}: le donne sono spinte a restare a casa, quindi ha una funzione scoraggiante; gli uomini, invece, subiscono un grave trauma a cui non manca la pressione sociale di trovare immediatamente un altro impiego.

Una ricerca condotta da Liana Sayer della Ohio State University, che sarà pubblicata sull’American Journal of Sociology, si è concentrata sulla influenza delle condizioni di {#lavoro} nella decisione delle coppie sposate di separarsi o di quelle conviventi di dirsi addio.

Secondo lo studio, la posizione lavorativa di una donna non ha alcun effetto sulla probabilità che il marito scelga di divorziare. È vero che le statistiche dicono che una donna che lavora ha più probabilità di separararsi di una donna che non è impiegata (pensiamo ai problemi di chi è pendolare, ad esempio), ma quel che conta è l’insoddisfazione del {#matrimonio}.

Discorso diverso e sorprendente per l’occupazione maschile: per un marito, non essere impiegato non solo aumenta le possibilità di un divorzio, ma sarà lui a scegliere di andarsene. Com’è noto, una decisione generalmente attinente alle mogli in condizioni normali.

Una vera e propria asimmetria, così spiegata nello studio:

“L’occupazione femminile è aumentata ed è accettata, la disoccupazione maschile invece è per molti del tutto inaccettabile; c’è un’ambivalenza culturale nella mancanza di sostegno istituzionale agli uomini che perdono il lavoro, come se questo femminilizzasse il loro ruolo.”

Queste intuizioni sono decisamente nuove nell’ambito degli studi sulle separazioni, perché fanno presagire una serie di ricerche basate sulla prospettiva di genere anche nelle teorie sul divorzio. Da questo punto di vista, c’è un bel film di Silvio Soldini, “Giorni e nuvole”, che è come un saggio sul tema, in anticipo sui tempi, pieno di grande sensibilità.