{#La fuga di Martha} è l’opera prima del regista statunitense Sean Durkin, capace di aggiudicarsi al primo colpo il premio per la miglior regia alla 27ª edizione del Sundance Film Festival, la kermesse dedicata al cinema indipendente tenutasi nel gennaio del 2011. Presentato lo stesso anno anche nella sezione Un Certain Regard all {#Festival di Cannes}, il film porta sul grande schermo un interessante concentrato di emozioni forti, sapientemente miscelate in un contenitore in stile thriller psicologico dal fascino accattivante e misterioso.

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Macchina da presa puntata su Elizabeth Olsen, che con La Fuga di Martha è al suo esordio cinematografico con un ruolo particolarmente complesso e sfaccettato che le ha permesso di raccogliere il plauso della critica in terra natia e all’estero. A darle man forte ci sono Sarah Paulson e Hugh Dancy, entrambi con una nutrita carriera alle spalle tra cinema e tv, uniti contro il controverso capo della setta colpevole del violento lavaggio del cervello subito dalla giovane protagonista interpretato da John Hawkes, nomination all’Oscar nel 2011 come miglior attore non protagonista per Un Gelido Inverno, premio poi conquistato agli Independent Spirit Awards.

Dopo aver vissuto ed essere riuscita a fuggire da una comunità religiosa, guidata dal suo carismatico leader Patrick (Hawkes), in cui ha subito ogni sorta di violenza fisica e psicologica, Martha (Olsen) si rifugia dalla sorella Lucy (Paulsen), sconvolgendo l’esistenza della donna e del marito (Dancy). Nonostante gli sforzi della coppia per tentare di reintegrarla nella quotidianità della società che la circonda, la ragazza si vede costretta a compiere mille sforzi per riuscire a non affogare negli effetti devastanti degli orrori del passato che ancora scatenano nella sua debole psiche dolore e paura.

Per trovare la giusta ispirazione, Sean Durkin non ha dovuto scavare molto a fondo tra le piaghe della società a stelle e strisce; La Fuga di Martha affonda infatti le proprie radici nel sottobosco di vite difficili, con alle spalle storie difficili di violenze e dipendenze di vario genere, abusate dalla morsa di sette e comunità senza scrupoli. Sebbene il fuorviante titolo italiano indugi fin troppo nell’atto della separazione, è il nome originale della pellicola Martha Marcy May Marlene a racchiudere in sé la vera essenza della pellicola: tre nomi, Martha, Marcy May e Marlene, con cui viene identificato il personaggio interpretato in maniera molto lucida e determinata dalla Olsen senza soluzione di continuità che esprimono la difficile moltitudine di sentimenti compressi in un’unica psiche; tre diverse personalità accomunate da un unico senso di smarrimento che grida dal profondo dei suoi occhi.

C’è un profondo mistero ad avvolgere il delicato passato di Martha, perfettamente interpretato da un’Olsen capace di mettere una seria ipoteca sul suo futuro già alla sua prima prova, che non viene mai svelato completamente agli occhi degli spettatori. È un viaggio complesso, fatto più di ombre che di luci, che rischia in alcuni casi di cadere in una freddezza che è solo in superficie; non è una pellicola da poter gustare seduti in poltrona, da spettatore passivo, ma un susseguirsi di immagini forti, flashback e sensazioni morbose da affrontare completamente, in quello che è uno scontro psicologico estremo e brutale.

Supportato da una caratterizzazione accurata e ben definita dei personaggi principali e da una regia di polso, attenta a non prodigarsi mai in semplici giudizi o falsi moralismi, La Fuga di Martha riesce a distaccarsi da molti dei suoi predecessori grazie al sapiente lavoro di Durkin, capace di infondere alla narrazione un tocco estetico in stile horror, dove mostri e fantasmi vivono liberi e incontrastati nella psiche fortemente provata della giovane donna incapace di reagire ma costretta unicamente a sopravvivere nel terrore.