La Scomparsa di Patò”, film diretto dal regista Rocco Mortelliti, è il primo adattamento cinematografico tratto da un romanzo di Andrea Camilleri; distribuito inizialmente in sole 30 sale con l’auspicio di aumentare la tiratura in corsa, prende il nome, così come le sue radici cartacee, dalle ultime frasi del giallo di Leonardo Sciascia “A ciascuno il suo”. Dalla Sicilia di fine Ottocento ai giorni nostri il passo è breve, almeno attraverso il racconto della scomparsa del Ragioniere Antonio Patò, portando sugli schermi un divertente quanto attuale spaccato dell’Italia intera.

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Se il Patò del titolo è interpretato da Neri Marcoré, a proprio agio nel ruolo dell’integerrimo funzionario di banca siciliano che scompare nel nulla durante la recita del “Mortorio”, ovvero la Passione di Cristo, i veri protagonisti della vicenda s’incarnano nei corpi di Nino Frassica e Maurizio Casagrande. Rispettivamente maresciallo dei Reali Carabinieri e delegato della Pubblica Sicurezza in trasferta da Napoli, Frassica e Casagrande divertono e si divertono a suon di frecciatine tra “Armi”, rivedendo in chiave insolita anche il consueto conflitto tra Nord e Sud che, in questa occasione si gioca a poche centinaia di chilometri di distanza. Completano il cast Flavio Bucci, Gilberto Idonea, il grande Roberto Herlitzka nel ruolo del becchino e Simona Marchini nei panni della Principessa Sanjust.

Vigata, 1890. Durante il “Mortorio”, la recita della Passione di Cristo del Venerdì Santo, il Ragioniere Antonio Patò (Marcoré) impegnato nel ruolo di Giuda cade nell’apposta botola nel palco nel momento della simulazione dell’impiccagione accompagnato, come si conviene al suo ruolo, da urla e fischi da parte del pubblico. A fine spettacolo, però, l’uomo sembra essere scomparso nel nulla: né i vestiti né gli abiti di scena vengono ritrovati nei camerini e nessuno sembra averlo visto dal momento clou della rappresentazione. Mentre la moglie contrita si rivolge alla Pubblica Sicurezza per denunciare l’accaduto, sui muri del paese compare la scritta “Murì Patò o s’ammucciò (si nascose)?” insieme alle voci sulla sua sorte che, nel piccolo contesto di paese, diventano sempre più insistenti. Quando anche i Reali Carabinieri vengono chiamati in causa, il delegato della PS Ernesto Bellavia (Casagrande) è costretto a scontrarsi con il maresciallo Paolo Giummaro (Frassica), ansioso di poter partecipare per la prima volta a un’indagine al di fuori delle piccole scaramucce tra compaesani. Costretti a dover unire le forze a causa di ordini superiori, lo zio senatore del Regno di Patò, i due si troveranno a dover far luce su un complesso groviglio di situazioni inaspettate, portando alla luce usi e (mal)costumi dei più insospettabili.

Sceneggiato da Rocco Mortellitti, Maurizio Nichetti e Andrea Camilleri che, per sua stessa confessione, poco ha influito grazie alla perfetta armonia del testo, “La Scomparsa di Patò” esprime alla perfezione le atmosfere del libro dello scrittore agrigentino tanto da meritare l’attenzione, e molto di più, anche da parte di chi ha snobbato per anni la saga del Commissario Montalbano portato sul piccolo schermo dalle interpretazioni Luca Zingaretti prima e recentemente da Michele Riondino. Oltre alla comune ambientazione, la fittizia quanto immancabile Vigata, a governare la pellicola di Mortellitti è un trasporto ironico e accurato che difficilmente riesce a non coinvolgere gli spettatori.

Nonostante la complessità del racconto di Camilleri, fatto di piccole sfumature, voci e dialetti, il film porta abilmente sullo schermo i sapori e gli odori della Sicilia, giocando forse un po’ troppo con alcune scene dal tono boccaccesco, come l’amplesso consumato dai due giovani contadini sull’altare privato della Principessa Sanjust, che riescono comunque a conservare il tono divertente e spigliato della commedia. Interessante anche la scelta di far confluire all’interno della pellicola le testimonianze dei concittadini più illustri attraverso incursioni nei loro ambienti lavorativi, proprio come piccole parentesi all’interno della narrazione della vicenda. Da non perdere anche il brano che scorre sui titoli di coda, interpretato da Neri Marcoré e dal tenore Danilo Formaggia, il Marchese cantante della storia, scritto dallo stesso Mortelliti

Senza voler svelare troppo della storia, da vivere passo passo accompagnati dalla verve comica dell’inedito duo Frassica – Casagrande che si dimostra perfetto nella burrascosa coppia alle prese con le indagini del fugace Marcoré che compare poco ma perfettamente a suo agio nei panni del trasformista Patò, è chiaro come dietro alle immagini ci sia un abile lavoro di cesello capace di tuffare chi guarda in una perfetta ambientazione dell’epoca che poi, a dirla tutta, tanto “epoca” non è. È così attuale e tangibile la narrazione da convincere anche i più scettici che dialetti e costumi a parte, l’Italia sia proprio quella attuale, quella dei politici dalle mani in pasta, delle pedine costrette ad assoggettarsi al potere costituito e dei furfanti che, almeno una volta, avevano il buon gusto di scomparire per lasciar dimenticare le proprie malefatte.