Dall’11 febbraio 2010, l’emittente La7 manderà in onda “Mamma ho preso l’aereo“, una docufiction di Chiara Salvo e Giulia Cerulli sull’adozione, in particolare su quella internazionale.

Questo nuovo programma assomiglia molto ad un reality: sei coppie italiane, che hanno deciso di adottare un bambino straniero, verranno seguite dal momento in cui viene loro consegnata la foto del piccolo fino al suo arrivo in Italia, raccontando ai telespettatori tramite l’occhio della telecamera l’esperienza di essere genitori adottivi e le emozioni vissute dal bambino nella sua nuova famiglia.

Il format non prevede restrizioni per quanto riguarda la messa in onda delle immagini. Non ci saranno oscuramenti dei volti dei bambini, nonostante il più grande di loro abbia 10 anni: tutto ciò che è stato girato, compreso il viaggio nella terra d’origine dei bambini, verrà trasmesso.

Ecco, però, che fioccano le polemiche sul senso della trasmissione: mentre negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei l’argomento adozione viene trattato con naturalezza, in Italia si fatica a sensibilizzare il pubblico.

Chiara Salvo, in un’intervista a Repubblica, ha spiegato ai lettori che il programma mira a mostrare l’amore dei genitori verso i figli, anche se questi non sono naturali:

Il mio intento è stato quello di raccontare delle straordinarie storie d’amore. Cercando di fare un parallelo tra la maternità adottiva e quella biologica, ma senza nascondere le criticità di alcuni di questi incontri, soprattutto quando nelle famiglie entrano bambini più grandi. Tutto è avvenuto con la stretta collaborazione dei genitori che hanno partecipato gratuitamente.

Nonostante questo chiarimento da parte dell’autrice, alcuni esperti non la pensano esattamente allo stesso modo. Ad esempio secondo Simonetta Matone, ex Giudice minorile, nella trasmissione non si tiene conto delle difficoltà che l’adozione comporta, ma soprattutto si da per scontato che tutte le esperienze vadano a buon fine, mentre non è necessariamente così:

La difficoltà non è tanto il prima ma il dopo. Purtroppo molte adozioni internazionali non hanno il finale felice che ci si aspetta, nella mia esperienza ne ho viste diverse fallire. Ci vuole cautela.

Marco Chistolini, psicologo esperto in adozioni, ha invece riflettuto sulle conseguenze del mandare in TV i volti dei bambini, che si troverebbero da un momento all’altro al centro dell’attenzione di tutti:

Non c’è bisogno di violare una sfera così privata per parlare in modo corretto dell’adozione. Penso ad esempio all’impatto che una trasmissione del genere può avere sui bambini che già da tempo vivono qui. I loro compagni magari vedranno il programma e il giorno dopo il ragazzino adottato sarà ascritto a quella realtà, al centro di un’attenzione che non ha cercato. No, non bisogna esporre i bambini, per loro è sempre un trauma.

Tali polemiche sono fondate, ma c’è sempre il rovescio della medaglia. Gianfranco Arnoletti, presidente del Cifa, ritiene necessario raccontare queste storie in televisione affinché si possa agire sull’integrazione dei bimbi stranieri adottati da genitori italiani:

In Italia l’integrazione di chi ha una pelle o una storia diversa è ancora lontana dall’essere una realtà. E raccontare queste storie, autentiche, ci è sembrato utile e giusto per i bambini stessi