La frase che domina le cronache di questa mattina è la seguente:

Di giacche Bonanni se ne può comprare altre, nessuno è mai morto per un fumogeno, non piangiamo certo per un pezzo di stoffa. Contestare qualcuno è legittimo, se poi quel qualcuno è Bonanni, è giusto persino impedirgli di parlare.

È con queste parole risolute che Rubina Affronte, la ragazza che materialmente ha lanciato il fumogeno finito addosso a Raffaele Bonanni durante la Festa del Pd a Torino, e altri componenti del centro sociale Askatasuna, protagonisti della contestazione che di fatto ha impedito di parlare al segretario della Cisl, si difendono.

La gazzarra messa in piedi dai frequentatori di Askatasuna e tutto ciò che ne è scaturito ha chiaramente fatto scattare, a catena, reazioni e repliche, con la Presidente Rosy Bindi che sostiene che proprio il suo partito sia la vera vittima di quanto accaduto, e il Ministro Renato Brunetta che ha invece accusato di squadrismo certi ambienti di sinistra vicini, se non addirittura interni, al PD.

Ma, polemiche a parte, il punto è: una ragazza di nemmeno 24 anni (li compie martedì), figlia di un magistrato, quindi di un tutore della legalità, considera giusto usare mezzi non propriamente pacifici per lottare in difesa dei diritti degli operai delle fabbriche, categoria cui lei stessa non fa parte, visto che è una studentessa universitaria di psicologia.

L’episodio contro Bonanni arriva dopo i casi analoghi contro il senatore Marcello Dell’Utri e contro il presidente di Palazzo Madama Renato Schifani.

Ma l’ultimo in ordine di tempo, che è anche il più violento, porta la firma di una ragazza, una giovane donna. Che certo non ha agito da sola, ma con un gruppo di persone convinte che si può quasi tutto in nome di un’idea.

E così, è sempre lecito esprimere il dissenso in tutte le sue forme, oppure c’è un limite? E se sì, qual è questo limite?