«Gli inglesi traducono la parola casa con “house” e “home”. Agli sfollati hanno fatto le house, ma non le home». Con questa riflessione si conclude l’incontro virtuale tra DireDonna e Anna Barile, una delle “donne resistenti” – così come le ha recentemente definite il Corriere – del dramma del sisma de L’Aquila. A tre anni di distanza da quella tragica notte del 6 aprile del 2009, quel rintocco delle 3.32 che strappò alla vita 309 persone, la fame di notizia su quel che sta accadendo nell’aquilano è insaziabile. Insaziabile perché progressivamente i media sembrano essersi dimenticati dal dramma, incolmabile perché un certo vuoto informativo ha portato a credere che a L’Aquila tutto fosse risolto, con una vita tornata pienamente alla normalità. È davvero così?

Galleria di immagini: Terremoto de l'Aquila, Laura Rodari

Abbiamo già visto lo scorso anno, proprio in occasione del triste anniversario, in che condizioni fosse il progetto “C.A.S.E.”, la soluzione abitativa promossa dal governo di Silvio Berlusconi che, oltre ad aver imposto delle vere “new town” ai cittadini, mostrava già i suoi limiti strutturali. Oggi ci chiediamo, invece, come sia cambiata la vita degli abitanti, come si sia modificato il ruolo della donna dopo il sisma, quanto ancora deve essere fatto e quanto tempo ci vorrà per riportare L’Aquila a una “vera” normalità. Per farlo, abbiamo contattato Anna, una donna piena di vita che mai ha voluto cedere alle imposizioni della tragedia, una donna che con il suo progetto de “L’Orto Insorto” – non un semplice giardino ma una piccola realtà associativa, la sua “home” così come ama definirla – ha dimostrato come agli aquilani di certo non manchi la voglia di riscattarsi e di riprendere le redini della propria città. Il nome forse non dirà nulla ai lettori di passaggio, ma il suo volto – e soprattutto le sue parole – sono state spesso protagoniste di interviste e filmati, non ultimo quel “Draquila” di Sabina Guzzanti riproposto lo scorso lunedì da La7. Chi scrive conosce virtualmente Anna da tempo grazie alla potenza dei social network e, proprio tramite mail e Facebook, questa intervista è stata resa possibile.

A tre anni dal terremoto, dall’esterno si ha l’impressione che L’Aquila sia rimasta forzatamente immobile. Dopo il progetto C.A.S.E., i media hanno iniziato progressivamente a disinteressarsi della città. Come procede la ricostruzione? L’arrivo del Governo Monti ha portato qualche cambiamento in tal senso?

«Il progetto C.A.S.E e i vari M.A.P., nonostante abbiano soddisfatto la necessità di un tetto, non hanno minimamente realizzato quella che forse era, ed è tuttora, la nostra maggiore esigenza: la ricostruzione del tessuto sociale.

Non basta togliere le macerie di un edificio crollato, è necessario asportare le macerie che ti si creano dentro, che te le porti ancora dentro, che non riesci a rimuovere. Avere la vita non basta, ci vuole il vivere.

L’inattività alla quale siamo forzatamente sottoposti, l’esclusione da ogni scelta (logistica, gestionale, urbanistica, ecc.) non ci consente di percepire più come nostra, la nostra città. Dove non abbiamo più alcun riferimento sociale, tradizionale e abitudinario. La città di chi stanno ricostruendo? Noi vorremmo non un piatto preconfezionato, ma gli strumenti necessari a pianificare il nostro luogo futuro e la nostra “ri-con-socializzazione”.

L’arrivo del governo Monti, così come l’arrivo del commissario Cicchetti, l’arrivo del direttore dell’emergenza Pedullà, l’arrivo di Gianni Letta, l’arrivo di Barca… insomma tutti quelli che sono arrivati, hanno finito per burocratizzare ancora di più le machiavelliche ordinanze – a cui siamo “sottoposti” periodicamente – prima di Bertolaso, poi del commissario Chiodi. Ma nessuno prende in considerazione la Proposta di Legge di Iniziativa Popolare che abbiamo presentato e che giace in Parlamento, che soddisferebbe razionalmente e organicamente ogni esigenza, non solo nostra, ma di ogni comunità italiana colpita da catastrofe.»

Sin dalle primissime immagini, è apparso evidente come le donne aquilane avessero un ruolo chiave nella rinascita della città. Come è cambiata la vita della donna dopo il sisma e perché proprio le donne, che il Corriere ha recentemente definito “resistenti”, si sono fatte carico della protesta, della riorganizzazione, della rivincita?

«L’impegno, la forza, l’energia, la disponibilità, il tempo: tutto quello che si è speso e si continua a spendere è stato prodigato a prescindere dal genere. Ho visto lottare per lo stesso motivo di rinascita e con la stessa passione uomini e donne, vecchi e bambini, lavoratori e disoccupati. Tanti disoccupati tra uomini e donne. Tante ditte hanno approfittato del terremoto per licenziare. Storicamente è la donna che si occupa della casa, e vederla distrutta, abbandonata, rotta, provoca forse più rabbia.»

Gli aquilani spesso parlano di “sospensione della libertà” per definire la situazione post sisma. Che significa? Perdura tutt’oggi?

«Già nelle tendopoli si è limitata non solo la libertà di movimento (recinzioni, sbarre, guardiani, controlli e “capicampo”), ma vigevano dei divieti paradossali: vietato farsi da mangiare, vietato somministrare cioccolata e caffè, vietato il volantinaggio, vietate le assemblee, vietato ospitare parenti e amici… e ancora difficoltà ad andare a trovare amici e parenti presso gli altri campi, dove era discrezione del capocampo acconsentire all’incontro. Un episodio eclatante è successo anche a noi, che volevamo andare a trovare un amica presso un altro campo: non solo non ci hanno fatto entrare, ma hanno chiamato i carabinieri per identificarci.

Oggi questa limitazione della libertà purtroppo perdura. C’è una limitazione della libertà di movimento per gli abitanti del progetto C.A.S.E. e dei M.A.P: infatti, se anche un solo membro della famiglia si allontana per più di 7 giorni, bisogna comunicarlo con apposito modulo all’ufficio SGE – “Struttura per la Gestione Emergenze”. È vietato ospitare alcuna persona, a qualunque titolo e né temporaneamente sia essa anche un parente, se non previa comunicazione mediante apposito modulo, portato a mano o spedito per raccomandata alla SGE; nell’ipotesi che un membro del nucleo familiare si allontani dall’alloggio temporaneo per più di tre mesi (Erasmus, borsa di studio, master, servizio militare, lavoro a tempo determinato fuori città, ecc.), il restante nucleo familiare viene trasferito in un alloggio più piccolo, senza peraltro specificare cosa succede quando il familiare ritorna [gli appositi moduli sono scaricabili dal sito del Comune dell’Aquila].

In merito ci sono dei controlli effettuati da pubblici ufficiali, anche serali e senza preavviso, dove vengono verificati i documenti delle persone presenti in casa, anche degli eventuali ospiti a cena. La città è presidiata tuttora dai militari, ci sono check point in vari punti strategici della città – anche fuori “zona rossa” – con il compito di controllare il passaggio delle automobili nelle poche vie transitabili del centro storico, dove si può accedere solo con autorizzazione scritta, previa giustificazione.»

Per quale motivo non si è permessa la ristrutturazione di molte abitazioni che, con medi interventi, si sarebbero potute rendere facilmente agibili? E, ancora, gli aquilani continuano a sperare di poter tornare in possesso della zona rossa?

«A quello che mi risulta, parecchie case con lievi e medi danni sono state ristrutturate e su altre si sta lavorando, ma questo soprattutto in periferia. La ricostruzione definita “pesante”, cioè quella delle case con danni strutturali, stenta a partire. Il motivo, secondo me, è che vogliono spalmare i soldi dei contributi in più anni, cioè che si tratti di una lentezza studiata, perché non vi sono disponibilità immediate di fondi.

Tutti gli aquilani, sia quelli che abitavano in centro, ma pure quelli delle periferie e delle frazioni, vogliono fortemente tornare a vivere il “centro” della città, i suoi vicoli, le sue piazze. L’ “aquilanità”, come concetto di radicazione nel territorio, è un sentimento forte da queste parti. Il “centro” è interpretato come il cuore pulsante di ogni attività sia ludica, che lavorativa, che di socializzazione.

È difficile spiegare che ci sono i cittadini, ma non c’è la città.

È difficile spiegare che ci sono gli aquilani, ma non c’è L’Aquila.»

Sei stata sicuramente una protagonista della “resistenza” aquilana, ci racconti un po’ del tuo vissuto? Dove si trova la forza per confrontarsi con delle istituzioni che spesso si dimostrano sorde?

«Io me ne sarei stata volentieri a casa a “fare la calzetta”. Come tutti gli altri sognavo e sogno una vita tranquilla. Ma ci sono delle cose che scatenano l’energia e la forza per ribellarsi ai soprusi e alle ingiustizie.

Mai e poi mai avrei pensato di trovarmi faccia a faccia con la grettezza e il disprezzo con cui le istituzioni trattano una popolazione ferita, lacerata e impaurita. La convinzione di essere trattati con rispetto ed attenzione, in quanto vittime di una catastrofe, è stata delusa dall’arroganza e dalla superficialità delle istituzioni governative e dalla fiacca presenza delle istituzioni locali, a partire da subito dopo il sisma. Man mano che il tempo passava, però, percepivo un disegno mirato non ad alleviare le sofferenze della popolazione, ma a realizzare una scenografia mediatica.

Già nella tendopoli, un sano sentimento di rabbia ha indotto me e altre persone ad alcune azioni di disubbidienza:

  • Abbiamo tagliato la rete di recinzione del campo per poter accedere al fiume;
  • Abbiamo impedito la posa di una sbarra di chiusura del campo;
  • Ci siamo organizzati per cucinare i nostri pasti;
  • Abbiamo organizzato varie serate musicali senza chiedere l’autorizzazione alla Protezione Civile;
  • Abbiamo esposto, durante il G8, una mostra sulla Globalizzazione in America Latina, nonostante il divieto della Digos.

E altro che non ricordo… negli otto mesi di tenda.

Un’altra operazione è risultata chiara: la strategica divisione sociale, con l’allontanamento degli abitanti dalla città, la frammentazione nei progetti C.A.S.E., la sistemazione di tanti vecchi soli negli ospizi. Ma qui ognuno a modo suo ha fatto la sua battaglia. E penso che da questi soprusi scaturisca la forza per lottare e dimostrare alle istituzioni, ed avere il coraggio di dirglielo, che i cittadini costituiscono una ricchezza, che hanno le competenze e le professionalità per partecipare alla ricostruzione di una città, che non sopportano l’idea di abbandonarla perché qui hanno la loro storia.

Quando insieme a centinaia di aquilani sono entrata, abbattendo le transenne, a Piazza Palazzo – in piena zona rossa – e mi sono resa conto dell’abbandono in cui versava la città, la mia rabbia è esplosa e tuttora non trovo giustificazione a tutto l’operato e a tutte le scelte subite.»

Questa la testimonianza di Anna e della sua caparbietà, che ha dimostrato anche nel progetto de “L’Orto Insorto“. Trasferita da L’Aquila a Camarda, a 20 chilometri dal centro cittadino, dopo l’assegnazione di un appartamento del progetto C.A.S.E. per lei, il compagno e sua madre, Anna era alla ricerca di uno spazio per suonare il suo organetto senza essere di disturbo ai vicini. Imbattutasi in un piccolo terreno salvato dall’esproprio dove prima sorgeva un vecchio pollaio, Anna ha deciso di ristrutturarlo creando un vero e proprio “giardino sociale”, un luogo di incontro che gli abitanti della zona possono sentire davvero proprio. Ore e ore di lavoro per sistemare l’area, piantare nuovi alberi (la costruzione del progetto C.A.S.E. ha portato all’abbattimento di oltre 1.800 piante secolari, come le querce), per coinvolgere i giovani della zona. Sono proprio i bambini i frequentatori più assiduo de “L’Orto Insorto”, perché possono giocare, conoscere, creare, imparare insieme ad Anna il rispetto per l’ambiente, per l’uomo, per le tradizioni più sane.

«Agli sfollati hanno fatto le house, ma non le home;


si può vivere senza house, ma è impossibile vivere senza home;


prima della house andrebbe ricostruita la home;

puoi pure avere la house crollata, basta che non ti crolli la home;


è inutile avere una house, se quello che ti è crollato è la home;


a noi c’è crollata sia la house che la home.»