Che lavoro trovano i giovani italiani dopo la laurea? A 12 anni dalla riforma del 3+2, la Fondazione Agnelli ha presentato un volume nel quale si fa un primo bilancio di questa esperienza: non è del tutto positivo. Perché al maggior numero di chance non è corrisposto un incremento della qualità della vita dei giovani lavoratori.

La morale è presto detta: i laureati trovano lavoro più facilmente dei loro coetanei diplomati (non che sia tanto difficile in un paese dove in ogni caso di lavoro ce n’è pochissimo), ma nella sostanza non guadagnano di più. In pratica, il famoso “pezzo di carta” sta diventando sempre meno una convenienza e sempre più una soddisfazione morale.

I dati del volume, presentato oggi a Roma di fronte al Ministro Elsa Fornero, mettono grossi punti di domanda sugli obiettivi di quella riforma, che puntava a rispondere a una domanda di equità e di mobilità sociale aumentando il numero di iscritti e di laureati, rendendo più veloce il conseguimento del titolo di studio per consentire a un numero più alto possibile di giovani un inserimento rapido e remunerativo nel mercato del lavoro.

Invece, in pochi anni la remunerazione media dei laureati è scesa di quasi dieci punti, una cifra mostruosa, dovuta all’effetto decisamente più importante della flessibilità senza regole che ha dominato in questi ultimi anni e si è mangiata tutto il potenziale vantaggio remunerativo. Basti pensare che la delusione è tale che se nel 2003 il 56% dei 19enni si iscriveva a una facoltà, nel 2010 è stata del 47%. I giovani non credono più nella laurea.

Le cause? Secondo lo studio, le università di sono prodigate per moltiplicare corsi di laurea senza alcuna programmazione e possibilità di essere utili nel mercato del lavoro. La riforma così è stata una spesa enorme per le docenze (+50%) mentre per i laureati la ricchezza restava al palo.

Anche per questa ragione il Ministro Fornero è intenzionata a modificare il mercato del lavoro semplificando le tipologie di contratti e cercando di ancorare il merito dei neolaureati a un posto fisso, discussione delicata perché i sindacati hanno tendenze conservative rispetto alle vecchie modalità di protezione che, se valide per chi ne ha goduto fino a oggi, sono in realtà del tutto prive di significato per le generazioni dei precari.

Fonte: Fondazione Agnelli