I laureati italiani che entrano nel mondo del lavoro non potrebbero essere più flessibili di così. Lo spiega bene una ricerca condotta dallo Iulm di Milano insieme a Fondazione Crui e Centromarca, primo risultato dell’osservatorio sulle professioni: l’82,6 per cento delle assunzioni di neolaureati da parte delle imprese avviene con un contratto a tempo determinato.

La semplificazione che rappresenta l’obiettivo principale del Ministro Fornero come parte della riforma del lavoro che guarda all’entrata nel mondo del lavoro – sull’uscita la questione è il noto articolo 18 -, è insomma una panacea di una situazione già stabilita dal mercato e dalla situazione economica. Non c’è quasi possibilità per i giovani laureati italiani di essere assunti: le opzioni, per i migliori con le lauree migliori, sono i contratti speciali o l’apprendistato, oppure forme di sfruttamento peggiori, come le partita Iva fasulle o gli stage non pagati.

Per quanto riguarda le preferenze, nulla di nuovo: nel sondaggio distribuito a 125 manager di aziende, è emerso come siano di gran lunga più apprezzate le lauree specialistiche, mentre le lauree triennali assorbono soltanto il 10 per cento dell’offerta di lavoro. Economia e ingegneria con percentuali rispettivamente di 91,3 per cento e 69,6 per cento sono lontane anni luce dalle altre facoltà per la loro capacità di garantire un’occupazione.

Nella vita di un giovane laureato, tuttavia, non sembra contare – per il momento – il tanto agognato posto fisso, bensì la possibilità di imparare, viaggiare, fare esperienze nuove. Questo ovviamente è molto apprezzato dalle aziende, ma è a scadenza. Superato una certo limite di esperienze, è anche naturale sentire l’esigenza di consolidare la propria posizione.

E qui cominciano i guai: com’è noto, la scarsa flessibilità in uscita del mercato del lavoro italiano, legato a una protezione sindacale molto alta nella quale le nuove generazioni hanno finito per diventare moneta di scambio nelle contrattazioni impresa-sindacati, ha irrigidito a tal punto il lavoro che la flessibilità è diventata precarietà a vita.

Fonte: IULM