In un periodo come questo, dove il precariato ormai dilaga e milioni di giovani sono alla disperata ricerca di un impiego, finalmente si fa largo una buona notizia per i laureati. Chi infatti, dopo l’introduzione delle lauree triennali con la riforma del 3+2 dell’Università aveva mostrato tutte le sue perplessità per la divisione del sistema universitario che avrebbe creato tanti laureati “ibridi” dopo solo tre anni di studi, adesso pare proprio che debba ricredersi.

I dati Almalaurea e Stella parlano chiaro. Le lauree triennali o comunemente chiamate “brevi” iniziano a essere considerate non più di serie B ma titoli di studio validi da spendere nel mondo del lavoro. Da un’analisi compiuta dal Centro di ateneo dell’Università di Genova, pare proprio che nel 2009 i giovani con una triennale abbiano infatti trovato un lavoro, con una percentuale che si aggira al 42,1%.

Naturalmente chi consegue una laurea breve hà più possibilità di impiego in determinati settori. Gli studenti che escono da università legate alle professioni sanitarie, ad esempio, avranno senza dubbio maggiori possibilità di trovare un posto di lavoro, con una percentuale di occupati che si aggira all’81,7% e, a seguire, l’educazione fisica e l’insegnamento impiegano rispettivamente il 66,5% e il 60,3% di disoccupati.

Più complicato invece trovare un impiego con una triennale per i laureati in ingegneria e biologia; per loro è preferibile continuare gli studi e conseguire una specialistica. Insomma, la famosa Riforma dell’Università, tanto voluta dall’ex ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer, non è stata poi così tanto un flop come oggi Mariastella Gelmini dichiara, tanto che lui stesso continua ancora oggi a evidenziare come sia necessario in Italia seguire il metodo anglosassone, dove le mini lauree vengono apprezzate e valorizzate.

Non a caso proprio in una recente intervista al “Sole 24ore”, l’attuale eurodeputato del Pd ha dichiarato che per le imprese italiane è arrivato il momento di constatare il grande valore di queste lauree e la necessità di adeguarsi di conseguenza.

«Da decenni i portatori di bachelor in tutto il mondo anglofono lavorano e poi magari decidono di prendere un master. Nel Nord Italia il 53% dei laureati triennali trova lavoro e solo il restante 47% prosegue gli studi».

Fonte: Università, Il Sole 24 Ore