Una ricerca ha scoperto che due lavoratori su cinque passano anche dieci ore alla settimana sdraiati sul letto a fare la cosa meno indicata: invece di dormire o magari dedicarsi al proprio partner, lavorano. Già, perché tablet e smartphone sono un ufficio in tasca, quindi si può lavorare anche in pigiama.

Quest’abitudine è figlia delle nuove tecnologie – e relativo stress – dei nostri tempi, ma hanno effetti negativi sulla salute: l’80% dei giovani lavoratori di New York lavora regolarmente dal letto con tablet e smartphone, e altrettanto regolarmente finisce dall’ortopedico per cervicali, mal di schiena, oppure dal medico per gravi forme di insonnia.

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La crisi ha peggiorato le forme di precarietà e super-lavoro dei free lance (in particolare), che non distinguono più cosa è lavoro e cosa è riposo: basta ricevere una notifica dal proprio cellulare, notare un possibile aggiornamento di un documento cloud sul proprio tablet, e in qualunque orario della giornata (o della nottata) si risponde all’appello.

Il fenomeno è talmente diffuso che le aziende di materassi e mobili stanno proponendo nei loro cataloghi cuscini e coperte speciali per chi usa il portatile, alza schiena separati (se lui lavora e lei vuole dormire, o il contrario), vassoi per i propri strumenti di lavoro da portarsi a letto o sul sofà. Una nuova ergonomia del lavoro a casa.

D’altra parte, la rete è una grande risorsa per il lavoro. Prendiamo i social network: un recente sondaggio racconta che gli italiani ne vanno matti e li utilizzano anche per i loro contatti di lavoro e come auto promozione. Del 62% che naviga sui social per incrementare la propria posizione professionale, tre su quattro lo fanno tutti i giorni.

Così, se non è per lavorare, ci stiamo abituando a usare strumenti piccoli e sempre connessi per cercare un lavoro o per trovarne uno migliore, ovviamente fuori dal consueto orario. Cioè, a casa. Magari a letto.

Fonte: Ansa