Nonostante l’elevato tasso di disoccupazione e la carenza di posti di lavoro, gli italiani sembrano guardare con maggiore ottimismo verso il futuro e verso le opportunità provenienti dalle imprese locali.

Questo è il ritratto dei lavoratori residenti nella penisola tracciato durante la quinta edizione dell’Indice di Fiducia realizzato da Gi Group in collaborazione con OD&M Consulting, indagine semestrale effettuata su diplomati e laureati occupati appartenenti a determinate fasce di età.

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Rispetto al settembre 2010, la fiducia degli italiani nei confronti delle aziende è maggiore di oltre due punti, e questa disparità è dovuta soprattutto alle aspettative delle donne e dei giovani riguardo il mercato del lavoro.

Raccogliendo le opinioni di circa 3.700 dipendenti, l’indagine ha messo in evidenza anche come i lavoratori impiegati nelle medie imprese siano maggiormente ottimisti rispetto ai colleghi operanti nelle grandi aziende italiane. Questa crescita, tuttavia, non riguarda la fiducia riposta nei dirigenti e risulta circoscritta prevalentemente nella zona del Nord Est.

Come afferma Stefano Colli-Lanzi, Amministratore Delegato di Gi Group, i dati scaturiti dall’Indice di Fiducia dimostrano come il ruolo del lavoratore e quello dell’imprenditore non siano più nettamente distinti, almeno per quanto riguarda la comune volontà di far crescere l’azienda.

“La fiducia nell’impresa, che per la prima volta è superiore al valore di 50, dimostra anche che la dicotomia azienda-lavoratore, interpretata in modo prettamente ideologico, non ha più senso di esistere; imprenditori e lavoratori sono pronti a lavorare insieme per il bene dell’azienda”.

Un altro dato interessante è, invece, quello relativo alla soddisfazione personale dei dipendenti, ferma a valori ancora abbastanza bassi. Stando a quanto afferma Colli-Lanzi, il motivo deve essere cercato nelle attuali difficoltà dei lavoratori che devono adeguarsi alla progressiva scomparsa del “posto fisso”, al quale sta subentrando la cosiddetta occupabilità, vale a dire la capacità delle persone di trovare un impiego e mantenerlo grazie alle competenze personali.

“Permangono bassi i valori su istituzioni e situazione personale; per quest’ultima ritengo che il livellamento del valore verso il basso sia figlio di un periodo di transizione in cui tutti i lavoratori si trovano: mi riferisco al passaggio che il nostro mercato del lavoro sta facendo dal concetto di posto fisso a quello di “occupabilità” o employability: un passaggio anche culturale in cui non è più il sistema a garantire al lavoratore stabilità, ma è l’individuo stesso che deve mettere a frutto le proprie competenze, appoggiandosi su un mercato del lavoro strutturato e su intermediari professionali”.