La professione della badante ha avuto un incremento esponenziale connesso all’immigrazione: per diverso tempo molte donne, provenienti soprattutto dai paesi dell’est Europa, si sono prodigate nella cura di anziani sostituendo una forza lavoro che, di fatto, nel nostro Paese risultava assente. Le crescenti preoccupazioni connesse alla crisi economica, così come la diminuzione del tenore di vita, stanno però ribaltando questa concezione: sono sempre di più le italiane, prima dotate di occupazioni di rilievo, che si sono adattate al ruolo di badante pur di sopravvivere.

A renderlo noto è un’inchiesta di Repubblica, che ha deciso di raccontare le vicende di alcune donne, sia autoctone che straniere, costrette dagli eventi a imbarcarsi in questa faticosa occupazione.

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Si tratta di storie di donne che si sentono umiliate, distrutte dalla vita, senza più alcuna speranza. Non, però, perché il lavoro di badante sia deprecabile, tutt’altro. L’enorme aiuto che le lavoratrici del settore apportano alle famiglie con anziani e malati in difficoltà è assolutamente indispensabile e valido, in particolare perché permette di non strappare il paziente dal proprio ambiente domestico. Si sentono beffate dalla vita perché il mondo del lavoro non ha permesso loro di crescere, di investire sulle loro competenze, di vivere di un’occupazione gratificante non solo a livello economico, ma anche dal punto di vista psicologico.

Sebbene il fenomeno delle badanti continui a essere prepotentemente ad appannaggio delle donne straniere, il dato sulle italiane non può essere ignorato. Su 350 assunte dalle famiglie, circa 50 sono cittadine della nostra Repubblica, con un incremento a tre cifre percentuali rispetto agli anni precedenti. Inoltre, mentre per le immigrate il lavoro di badante è una sorta di passaggio temporaneo verso occupazioni migliori, per le italiane diventa una condanna. Il profilo tipico della badante italiana è una donna di 50-60 anni, molto vicina all’età pensionabile, che si vede costretta a buttarsi in questi lavori perché impossibilitata, insieme al marito, a provvedere alla propria famiglia. Lo spiega Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli Colf:

“Le badanti italiane sono generalmente di mezz’età, più anziane delle loro colleghe straniere. Tre le tipologie: casalinghe, che si ritrovano in casa un marito disoccupato o in cassa integrazione e hanno bisogno di una nuova entrata per mandare avanti la famiglia; pensionate con pensione minima; disoccupate, che non trovano altro impiego”.

Una tendenza confermata anche da Fredo Olivero, responsabile per il Piemonte della fondazione Migrantes, il quale si vede rivolgere sempre più richieste d’aiuto dalle donne della penisola nonostante l’associazione si proponga di migliorare le condizioni di vita degli immigrati.

“Dall’inizio del 2010 sono cominciate ad arrivare le prime italiane disposte a lavorare come badanti e il loro numero è via via cresciuto. Hanno più di 50 anni, per lo più disoccupate, sono uscite dal mercato del lavoro e non riescono più a rientrarci. Purtroppo, contestualmente al loro arrivo è diminuita anche l’offerta lavorativa da parte delle famiglie e così un numero crescente di badanti deve spartirsi un numero sempre più ristretto di posti di lavoro”.

Ne emerge un quadro assolutamente allarmante, che sottolinea l’inadeguatezza della società e della politica nel salvaguardare fasce d’età critiche e categorie sociali a rischio. Costringere una persona in età pensionabile a mansioni così pesanti come la cura dei malati, che spesso costringono a un impegno lungo l’intero arco delle 24 ore e duri sforzi fisici, rappresenta un fallimento per tutti e del welfare in generale. E appare lo stesso per le donne giovani, italiane o straniere che siano, che non possono contare su uno sbocco professionale in grado di premiare un curriculum eccellente.