Al fenomeno Nofreejobs, sono bastate 48h. Un tempo sufficiente per scatenare il caso mediatico della settimana. È Twitter il salotto prescelto da centinaia di giovani italiani stufi delle umilianti e precarie condizioni di lavoro. La mobilitazione mediatica viene scandita dai cinguettii del noto social network susseguitisi per ore, fra i commenti di giovani indignati e leve precarie. 

Il leit motiv dominante che si scaglia contro il lavoro non pagato è dato dall’ hastagh Nofreejobs. Lo slogan, invece, è semplice e accattivante: “Gratis non si lavora, si ozia”. La rivolta nasce in seguito a un articolo di Simone Tronconi apparso sulla webzine Wikiculture, incentrato su un annuncio di lavoro che ha fatto scalpore, così come la richiesta di scrivere 20 pezzi per un compenso complessivo di 40 euro.

L’iniziativa raccoglie l’esperienza di Simone e diversi altri blogger aspiranti giornalisti, invitati dopo il superamento di diverse selezioni a scrivere per alcuni blog tematici sotto un compenso paria 50 centesimi per ciascun pezzo. Da generazione mille euro, fatta di sogni e grandi speranze, a generazione sottocosto, tanto per citare lo slogan di un noto marchio di elettrodomestici.

48 h e l’Italia che lavora si ferma, tra commenti di solidarietà, condivisione di proposte di lavoro ritenute indecenti e racconti di sfruttamento e belle speranze ormai svanite. Proprio da ieri è online l’infografica che ripercorre e testimonia le tappe del  tam tam mediatico di Nofreejobs che vanta già una seguitissima pagina su Facebook, e naturalmente un account su Twitter. 

Cristina Simone, social media specialista e autrice del trend-topic diventato slogan della protesta, racconta la nascita della mobilitazione ripresa dal web, e dai maggiori quotidiani nazionali:

«L’idea è nata da uno status di Paola Ratto ‘Gratis non si lavora, si ozia’, letto il giorno dopo il post di Wikiculture che mi aveva scioccata. Ho pensato che potesse diventare un trend su Twitter e per questo ho riflettuto un attimo su che hashtag usare. Volevo che richiamasse l’attenzione dei giovani precari o disoccupati. In italiano era troppo lungo, #nonlavorogratis, così sono passata all’inglese e mio suonava bene #nofreejobs.»

In un paio di giorni i messaggi nella Rete impazzano e questo grande vaso di Pandora continua a non passare inosservato. Tra esperienze di chi ha avuto il coraggio di ribellarsi al sistema e i messaggi di chi semplicemente condivide lo sdegno, svettano tweet di fantomatici contest per “vincere” stage non remunerati, una sorta di lavoro gratis per ottenere dell’ulteriore lavoro gratis.

Ma questo è solo l’ultimo capitolo di un fenomeno già noto. Da qualche tempo gira in rete una mappa di geolocalizzazione che riguarda proposte di stage indecenti corredate da nomi di aziende ed enti promotori, con i rispettivi indirizzi e una legenda volta a codificare attraverso un colore la retribuzione e la rilevanza dell’offerta. Si  parte dal giallo, dedicato agli stage presso enti pubblici esenti da rimborso spese, per finire al rosso, ultimo gradino della classifica, che segnala uno stage come “non qualificante”.

Ma non è tutto. Il neonato “Manifesto dello stagista” oltre a essere promotore della mappa, si fa da qualche mese portavoce di esperienze di sfruttamento lavorativo contattando personalmente gli uffici stage delle maggiori università italiane, valutando la criticità e attendibilità degli annunci di lavoro da loro promossi e rispondendo a dubbi e perplessità di studenti e neolaureati.

Fonte: Wired, Maps