Leggendo la recensione de  “L’amore ai tempi dello stage”, un libro di Alessia Bottone, l’inevitabile e conseguente equazione che ne deriverebbe mi ha spiazzata. Lavoro precario = amore precario è infatti una di quelle verità così ovvie da non venir nemmeno prese in considerazione.

Razionalmente non ci fai caso insomma; ma appena ti fermi a pensare ti rendi conto che inconsciamente lo sai eccome, e anzi, l’hai sempre saputo (il sempre naturalmente è limitato ai nati non prima degli anni ’80). E lo sa la fatica che tutti i giorni si fa sentire per tenere insieme lavoro, impegni, due soldi, qualche amico, eventualmente una coppia e magari un po’ di serenità.

L’amore oggi non può essere quello delle favole. Forse non lo era nemmeno un tempo, ma è certo che ora piú che mai il per sempre non esiste, né tantomeno il vissero felici e contenti. Il romanticismo rischia di essere schiacciato brutalmente tra un co.co.co e e un tfr.

A parte il fatto che quando si comincia a ragionare in termini di “flessibilità“, considerandola solo un altro nome di precariato, insicurezza, cambio continuo e spesso logorante, tutto appare “flessibile”, anche i sentimenti e le persone; e qualunque genere di stabilità inizia a fare paura.

Poi è inutile raccontarsi fandonie: i soldi non fanno la felicità, ma sono un’ottima base per costruirla. Se mancano, pesano, creano problemi, ansie, timori. Tutte cose che non aiutano: a rilassarsi, a lasciarsi andare, a credere nell’amore, a farsi amare. Costruire una famiglia forse non è piu nemmeno nei nostri pensieri. 

Così si finisce per non amare. O per amare di passaggio, sottoscrivendo contratti di collaborazione occasionale con i sentimenti. In questo modo, senza vincoli nè doveri, tutto può essere spazzato via con un colpo di vento; peccato però che così manchino anche tutti i diritti; come quello di sentirsi forti e belli perchè al mondo c’è qualcuno per cui siamo unici, qualcuno che per noi è un punto fermo. Per sempre, anche se per sempre non esiste.

E allora la famosa educazione all’amore dovrebbe ormai essere mirata a saperci dividere in due: una metà dedita alla flessibilità, all’instabilità e all’insicurezza. E un’altra in grado di accettare che uno stesso sentimento possa vivere finchè morte non ci separi.

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