Mancano pochissimi giorni all’arrivo nei cinema de “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno“, attesissimo film d’animazione diretto da Steven Spielberg e prodotto da Peter Jackson presentato in anteprima per l’Italia al Festival Internazionale del Film di Roma. Tra i pochi fortunati che hanno avuto la possibilità di goderselo durante la prmière mondiale dello scorso sabato 22 ottobre, c’era anche Gianfranco Goria, uno dei maggiori esperti dei racconti dedicati alle storie del reporter belga. Entusiasta della trasposizione cinematografia, Goria ha speso alcune parole per descrivere il suo approccio al lavoro in motion capture e 3D tratto dall’opera del fumettista Hergé.

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Cosa significa per un fan ed esperto come Lei, che da più di trent’anni si occupa di Tintin, trovarsi a Bruxelles per l’anteprima di un film diretto da Spielberg?

«È stato veramente emozionante, i fan si preparavano da anni a un film come si deve su Tintin. Quando è uscito fuori per la prima volta il nome di Spielberg per la regia, ormai trent’anni fa, c’è stato grande entusiasmo, poi abbiamo dovuto aspettare tanto tempo. Ho tentato di non farmi influenzare troppo da questo per il mio giudizio finale sul film, tornerò a vederlo qui in Italia con mia figlia. Il film non è stato assolutamente quello che mi sarei aspettato, in senso positivo; già qualche settimana fa avevo visto il trailer al cinema e devo dire che ne sono stato molto colpito. Io, che in genere sono logorroico, all’anteprima sono rimasto senza parole.»

Quando si porta sul grande schermo un’opera letteraria di successo, che sia un romanzo o un fumetto, c’è sempre il timore di rimanere delusi. Secondo Lei qual è stato il risultato ottenuto da Spielberg come regista e Jackson in qualità di produttore?

«Spielberg, Jackson, tutto il team ha fatto davvero un ottimo lavoro, sembrava un’impresa difficile ma a volte, come in questo caso, può accadere un piccolo miracolo. La sceneggiatura non riproduce fedelmente la storia dei fumetti, si vede che c’è stato un grande lavoro dietro, hanno montato e smontato, modificato alcuni personaggi. I “puristi miopi” avrebbero da ridire su questo tipo di intervento, ma la verità è che gli sceneggiatori e i produttori hanno rispettato e portato sul grande schermo il vero spirito dell’opera di Hergé, che tra l’altro aveva già indicato Spielberg come l’unico regista in grado di dirigere la versione cinematografica di Tintin. Per i vecchi fan, questo film presenta una “chicca” dietro l’altra, continui riferimenti al fumetto originale. Già i titoli di testa sono bellissimi, con una grafica accattivante e poi nella prima scena vedere Hergé stesso, vivo, che disegna Tintin, quello è stato veramente l’elemento che ha collegato in un attimo e con grande semplicità il fumetto su carta al cinema 3D

Hergé e il suo personaggio Tintin sono considerati un esempio del fumetto classico europeo, della Bande Dessinée. Rivisitare un soggetto del genere usando tecnologie d’animazione particolarmente avanzate (come il performance capture del film) poteva essere in qualche modo pericoloso.

«Si è toccato un mito del ‘900, da noi Hergé e Tintin sono meno famosi che nei paesi francofoni, ma è un po’ come se fosse il nostro Pinocchio, un personaggio presente nell’infanzia di tutti noi che viene tramandato dai genitori ai figli. Sì, è stato decisamente pericoloso, ma alla fine tutti i “superesperti” di Tintin che hanno già visto il film ne hanno dato un giudizio entusiasta. Durante la visione mi sono fatto trasportare dalle emozioni, per un fan come me è stato un piacere dopo l’altro.»

Secondo Lei, cosa piacerà ai fan di Tintin e cosa invece conquisterà il pubblico che conoscerà questo personaggio al cinema?

«Ai fan credo sia piaciuto il fatto che il film è stato giustamente irrispettoso della trama, perché gli autori si sono presi la libertà che è normale prendersi quando si vuole fare un buon lavoro, senza sentirsi costretti o obbligati a fare determinate scelte. Allo stesso tempo, cogliendo in pieno lo spirito di Hergé, è come se riuscissimo ad assistere alla nuova, venticinquesima avventura di Tintin, un eroe che si era cristallizzato nel nostro immaginario, nella nostra cultura e che ora torna di nuovo a emozionarci. Chi non conosceva già Hergé, invece, secondo me rimarrà colpito dalla tecnica del performance capture,che penso sia la migliore quando si tratta di portare un fumetto sul grande schermo, perché con qualsiasi attore si può poi riprodurre la fisicità originale del personaggio: l’attore non deve avere il physique du rôle, semplicemente deve avere talento. Nella mimica dei personaggi, nel loro sguardo, si vedeva chiaramente l’espressività dell’attore che c’era dietro e che non ha solo prestato la voce. Era impressionante!»

Dal punto di vista della storia, crede ci sia la forza per andare avanti con l’annunciata trilogia e produrre gli altri due film?

«Decisamente sì, c’è la forza, ci sono le risorse creative, lo spirito giocoso; si capisce che il team che ha realizzato il film si è divertito, non è stata la classica operazione commerciale per tirar fuori soldi da un personaggio che aveva già brillantemente funzionato su carta. Anzi, in qualche modo è stato il fumetto stesso che ne ha guadagnato perché è come se fosse stato portato di nuovo in vita il Tintin originale: una seconda vita in un mondo diverso, ma con lo spirito giusto, lo stesso che fu di Hergé.»

Un brevissimo commento finale sul film?

«Impressionante! è questa la parola che avevo in mente quando sono uscito dalla sala a Bruxelles: impressionante!»