Attesissimo dal pubblico di tutto il mondo, è uscito nelle sale italiane “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno”, ultima fatica di Steven Spielberg realizzata in 3D e motion capture prodotto nientemeno che da Peter Jackson, regista tra le altre cose della trilogia de “Il signore degli anelli” e con una validissima esperienza sul campo per quanto riguarda le nuove tecnologie d’animazione. Ispirato dai racconti del fumettista belga Hergé, il film è di certo uno degli appuntamenti da non perdere dell’intera stagione cinematografica.

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Nel cast che ha dato vita e voce originale ai personaggi visti sul grande schermo, c’è il giovane Jamie Bell accompagnato dall’ormai mago di questo filone che riesce a fondere vera recitazione con le nuove tecnologie digitali Andy Serkis, l’uomo dagli occhi di ghiaccio Daniel Craig e l’indissolubile duo britannico formato da Simon Pegg e Nick Frost.

Una nave ormai affondata da secoli trattiene il suo misterioso segreto di oro e pietre preziose in fondo al mare. Coinvolto dal progetto del capitan Haddock (Serkis), la ricerca della nave Unicorno ora sul fondo del mare con tutto il suo carico di oro e diamanti, il giovane reporter Tintin (Bell) si mette con lui alla ricerca del tesoro dimenticato. Per cercare la nave, appartenuta in precedenza a un antenato di Haddock e scomparsa dopo l’assalto del pirata Rackam il Rosso, il ragazzo è accompagnato dal suo cane Milou e dai due detective pasticcioni Thompson & Thomson (Pegg e Frost, Dupont e Dupond nella versione italiana), ma dovranno vedersela con il diabolico Ivan Ivanovitch Sakharine (Craig), intento a mettere le mani sul prezioso bottino.

Un giovane Indiana Jones senza la passione viscerale del primo avventuriero di Spielberg, Tintin si divide nettamente in due parti: la prima, più investigativa, calma, pacata, mentre la seconda è azione allo stato puro, sebbene in un buon capture motion cucito sui tre protagonisti Bell, Serkis e Craig. Se il film trascorre rincorrendo i più diversi filoni, le emozioni restano piuttosto in disparte, senza mai toccare picchi vertiginosi. Neanche le numerose citazioni, sparse per le quasi due ore di film aiutano il pubblico meno avvezzo alle storie del reporter a entrare totalmente nel racconto, complici anche alcune scelte – tra cui la colonna sonora che poco segue le evoluzioni emotive – probabilmente non troppo azzeccate.

Nonostante tutto, ci sono delle sequenze che meritano di essere citate, grazie allo spettacolare uso degli effetti speciali, grandissima nota di rilievo del film. Tra le migliori, è impossibile non ricordare lo spettacolare inseguimento sul sidecar proprio sul finale di “Tintin”, un vero trionfo per il reparto animazione che ha davvero dato del suo meglio in questa occasione e al quale bisogna riconoscere di essere riusciti a infondere alla pellicola un senso di energia e movimento non indifferente, seconda solo ai flashback nella scena ambientata del deserto, dedicata al ricordo degli AVI di Haddock, tutto merito dello spettacolare lavoro orchestrato alla perfezione a un mago della fantasia cinematografica qual è Steven Spielberg.

Ultima chicca, o prima in ordine cronologico, la sequenza dei titoli di testa: una delle tante citazioni che dà un taglio stilistico molto interessante all’introduzione delle storie del personaggio creato da Hergé che, nonostante i suoi oltre ottant’anni, ancora fa sognare intere generazioni di amanti dei fumetti e non solo. Un esperimento forse non riuscito sotto ogni aspetto, ma di sicuro creato con totale cura dei dettagli, quello di Spielberg e Jackson, capace di far esplodere i botteghini e le classifiche cinematografiche anche grazie all’intenso battage pubblicitario degli ultimi mesi che è riuscito a creare il perfetto clima per l’arrivo del sidecar di Tintin e del suo cagnolino Milou.