La disparità di retribuzione tra i due sessi è molto evidente, e riguarda la maggior parte dei settori lavorativi. A discapito di chi pensa che alla base di questo gap ci sia una certa discriminazione dei confronti del sesso debole, un nuovo studio sembra dimostrare che si tratta invece di un’innata predisposizione alla competizione, che gli uomini avrebbero e le donne no.

L’aspetto bizzarro della faccenda è che, secondo i ricercatori dell’Iza Research Institute, in Germania, i maschi manifestano questa inclinazione già dai tre anni di vita, portandola avanti fino all’ingresso nel mondo del lavoro e sgomitando non poco per garantirsi uno stipendio sempre in crescita.

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Lo studio si chiama “Gender differences in competition emerge early in life” e i protagonisti sono Matthias Sutter e Daniela Rützler, i quali hanno esaminato oltre mille soggetti di ambo i sessi, appartenenti a fasce di età differenti (dai tre ai diciotto anni). A seconda dell’età, sia i bambini sia gli adolescenti sono stati sottoposti a test di vario tipo, scegliendo se affrontare la prova da soli oppure riuniti in gruppi di quattro persone. Come ricompensa, per la gara singola il premio era di 50 centesimi, mentre per quella collettiva ben 2 euro.

In ogni caso, l’esito è stato il medesimo: i maschi hanno dimostrato una spiccata predisposizione verso la competizione, spesso assente nelle femmine. Che si trattasse di compiere esercizi di matematica o eccellere nella corsa, per le bambine e le teeager l’importante non era vincere, ma partecipare.

Alle donne, quindi, non interessa né la competizione né farsi notare all’interno di un gruppo (certamente non stiamo parlando del lato estetico). Ma sono sempre i ricercatori a sottolineare come il concetto della competizione sia fondamentale per fare carriera.

“Ma per avere successo nel mondo del lavoro e ottenere posti di lavoro interessanti e ben pagati, è importante essere competitivi. Le donne devono anche conciliare lavoro e famiglia, e questo può avere conseguenze sul piano fisico e psichico “.

Venendo alla situazione italiana, sono i recenti dati Inail a mettere in evidenza come le donne lavoratrici portino a casa un salario inferiore di circa il 20% rispetto ai colleghi uomini, ovviamente a parità di ruolo e competenze. Anche le mansioni, tuttavia, sono diverse tra i due sessi, infatti le esponenti del sesso femminile sono spesso meno coinvolte in attività di problem-solving.

“Bisogna poi considerare che spesso sopportano in misura prevalente il carico del lavoro domestico, che le costringe a conciliare lavoro e famiglia. Fonti Istat rilevano che mentre gli uomini in media dedicano alla famiglia circa due ore al giorno, le donne ne dedicano cinque e mezza. Tutto ciò può avere conseguenze molto serie sia sul piano fisico (dall’aumento delle patologie coronariche alle sfasature del sistema endocrino), che psichico (demotivazione, frustrazione, depressione, ansia)”.

Così commenta lo psicologo del lavoro Fabio Donati, mentre il collega Andrea Castello focalizza l’attenzione su un aspetto trascurato, a suo parere determinante a stabilire differenze tra donne e uomini in ambito lavorativo.

“I maschi vengono incoraggiati diversamente a superare gli insuccessi rispetto alle femmine senza contare le situazioni in cui le aspettative dei genitori, anche se non espresse, chiedono al figlio di essere il migliore, il più forte e intelligente”.

Vincitori già dall’infanzia, quindi, o almeno così molti genitori cercano di tirare su i figli maschi, inculcando in essi la voglia di eccellere sempre e dovunque.