Si chiama “autorealizzazione delle profezie”: tendi a pensare che le cose andranno male e poi a conti fatti vanno proprio così. Solo che l’atteggiamento iniziale è parte determinante perché quell’evento accada come previsto. Capita anche nella delicata fase dell’ingresso nel lavoro dopo gli studi.

È quanto sottolinea una ricerca che ha coinvolto tre università (Guelph, Carleton e Dalhousie) rispetto alle aspettative di carriera di 23.419 studenti universitari maschi e femmine provenienti da tutto il Canada. Dallo studio è emerso che le donne tendono a predire per loro stesse uno stipendio più basso di quanto realmente avranno nel 14 per cento di casi in più dei loro colleghi maschi.

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Il grafico riprodotto dal National Post non lascia adito a interpretazioni: le donne hanno un atteggiamento più negativo rispetto agli uomini. E per quanto giustificato da dati inoppugnabili sulla discriminazione in tempi di crisi, l’atteggiamento negativo potrebbe avere una relazione con i dati dell’ingresso di brillanti neolaureate nel mondo del lavoro. Sean Lyons, coautore dello studio, è convinto che sia un dilemma non risolvibile con i soliti cliché:

“Molti pensano che questo capiti a causa della gravidanza o di chissà che, ma quando si parla di due persone che iniziano il primo giorno di lavoro, se c’è qualche lacuna, sarebbe soltanto a livello di titoli. E poi, questo atteggiamento negativo e la sua risposta statistica dovrebbero essere equamente distribuiti tra uomini e donne perché le qualifiche non sono basate sul genere.”

E così si finisce nella classica tautologia dell’uovo e della gallina: chi ha cominciato? Il mondo del lavoro discriminando le donne, o le donne discriminando sé stesse? L’aspetto peggiore di questi numeri è che il gap tende a peggiore negli anni successivi: dopo cinque anni, le donne si aspettano di guadagnare il 18 per cento in meno degli uomini. E inevitabilmente succede.

Attenzione, però, c’è un altro punto di vista. E se fossero quelle degli uomini a essere aspettative troppo gonfiate? Il celebre giornalista del New Yorker David Brooks (di cui abbiamo scritto ieri a proposito delle sue tesi sul capitale relazionale), ha raccontato che una volta chiesero ai manager americani se loro appartenessero a quell’1% di fortunati che guadagnano meglio di tutti gli altri: il 19 per cento di loro rispose affermativamente.

Un riflesso condizionato, quello “gonfiato” maschile, che è uguale a quello “realistico” femminile, frutto di un’esperienza consolidata trasmessa da madri e nonne. E questa disparità fra aspettative e avanzamento di carriera dovrebbe tener conto della inclinazione delle donne a tenere in maggiore considerazione l’equilibrio tra vita e lavoro. Tanto che le stesse donne con aspettative salariali più basse di quelle degli uomini hanno però evidenziato un’identica autostima.

Forse il consiglio migliore per le donne che si apprestano a cercare lavoro e sono molto qualificate è quello della conclusione della ricerca:

“Quando sei ugualmente qualificata o più qualificata dell’uomo che si sta offrendo per lo stesso lavoro che vorresti tu, perché non trattare per lo stesso stipendio sapendo cosa sta chiedendo lui?”