Sono lì, invitanti nelle loro allegre confezioni. Sono patatine, merendine, dolcetti e, in barba al diminutivo, apportano una quantità di calorie spaventosa.

E sono infidi: non c’è tempo per realizzare, che stiamo di nuovo mangiando senza fame; il tempo di scartarli e, in due bocconi, si sono smaterializzati fra le nostre ganasce.

Non c’è altra soluzione che non comprarli, non averli in casa, frapporre almeno fra il desiderio e la realizzazione il tempo necessario per uscire di casa e arrivare al negozio.

Siccome la fame è nervosa, sono comode le gomme, che simulano all’infinito il gesto di masticare, ma non appesantiscono troppo. Comode, non risolutive: niente è più antiestetico di una bocca che rumina, come quella di un bue, e non c’è alleato della carie migliore di un pacchetto di chewing-gum.

Perché non resistiamo alle lusinghe del cibo spazzatura? Semplice, perché le patatine non ci dicono di no. Qualunque rapporto umano vero nasce dalla condivisione, dalla simpatia, presuppone un interscambio, una relazione.

La timidezza ci frena, nel timore di apparire invadenti ci tiriamo indietro una volta di troppo, rifiutiamo o almeno non sollecitiamo inviti, ci chiudiamo sempre di più in noi stesse. La dispensa, invece, non ci si oppone. Avere qualcosa da mangiare a portata di mano diventa più di un vizio, si trasforma in necessità, a discapito, sempre, della vita sociale.

Non ci accorgiamo che quei bocconi sono proiettili con cui annientiamo ogni volta un po’ di più la nostra autostima.