C’era una volta una bellissima principessa che viveva in un meraviglioso castello lontano. Poi c’erano anche una strega o una matrigna cattivissime che vessavano la principessa in ogni modo e lei, dolce e remissiva, sottostava a tutte le angherie e ai soprusi dei cattivoni di turno.

E infine c’era un principe in calzamaglia, generalmente azzurra, che veniva a porre fine alle sofferenze della poveretta, impalmando la Biancaneve/Cenerentola/Bella addormentata di turno.

C’erano una volta nei racconti della nostra infanzia, nei rimaneggiamenti Disney delle favole dei fratelli Grimm, meno edulcorate e deliziosamente cattive, fanciulle angelicate che vivevano in attesa di un uomo che avrebbe finalmente dato senso alla loro esistenza.

Le nostre principesse ingannavano l’attesa in svariati e divertenti modi: una faceva da badante a 7 nani disordinati e quantomeno ambigui, chiacchierando amenamente con le creature del bosco  (non c’era nessuno psichiatra nelle vicinanze, per fortuna), un’altra invece lucidava pavimenti e lavava abiti per sorellastre e matrigna (pure lei parlava con le bestie ma vabbè, c’è da capirla), un’altra ancora ha preferito addormentarsi: l’attesa è lunga e comunque senza il principe non si va da nessuna parte, tanto vale farsi trovare col viso riposato.

Le principesse della nostra infanzia sono accomunate dalle stesse qualità: sono dolci, buone, remissive e, ovviamente, incredibilmente belle. Tutte qualità che generazioni di fanciulle si sono sentite in dovere di possedere, pena il vuoto esistenziale eterno conseguente al mancato arrivo del principe azzurro.

Grazie a loro, alle nostre eroine dalle scarpette di cristallo,  la ricerca del principe azzurro, insieme al senso di colpa e alla cellulite, è uno dei crucci principali delle donne cresciute a pane e bidibibodibibu.

Ma non è semplice aspirazione ad avere una sana e gustosa relazione sentimentale: le donne spesso aspettano proprio quello lì, il principe in calzamaglia, il prode cavaliere senza macchia che in sella al suo destriero darà loro il bacio salvifico, traghettandole così nel mondo fatato degli happy end delle favole.

Le favole Disney hanno il merito di aver creato generazioni di insoddisfatte croniche che, in mancanza di un principe all’altezza, hanno cercato di far vestire orrorifiche calzamaglie a poveri malcapitati a cui sarebbe bastato un semplice paio di jeans, fanciulle saltellanti da una relazione disfunzionale all’altra, incapaci di liberarsi dalla sindrome di Cenerentola, alla perenne ricerca del “vissero felici e contenti”.

Certo, la prima principessa, la leggiadra e amabile Biancaneve, risale al 1937, e da allora pure la Disney si è adeguata al “ringhiare” delle donne moderne, mandando in scena delle fanciulle decisamente più agguerrite.

Ma occorre “estirpare” dall’immaginario collettivo queste figurine eteree prima che facciano danni ulteriori.

È già da un po’ che ho elaborato un piano in tal senso. Dopo aver passato un’adolescenza a fare sogni iperglicemici e aver trascorso una vita ad ascoltare le zuccherose proiezioni mentali di amiche, allieve, conoscenti, sconosciute incontrate nei locali, in metro, in treno o a cui, quando ero universitaria, avevo servito alcolici al bar (ho questa caratteristica: attiro confessioni), sono giunta alla conclusione che una bella class action contro Disney non sarebbe poi così fuori luogo.

Ma in alternativa a questa azione legale di massa si può sempre giocare a sporcare le nostre principesse, come già parecchi artisti hanno fatto. Occorre  spogliarle della loro perfezione (nel mio Burlesque le spoglio anche fuor di metafora),  rivedere e correggere questi archetipi di un femminino passivo e decisamente noioso.

Sarà anche caruccia, questa Biancaneve dalla pelle lattea, ma cosa c’è di intrigante in una donna che passa la sua vita a “rassettare” casa e a parlare con gli animaletti del bosco?

E che c’è di interessante in un efebico principe che ha l’unico merito di aver baciato una bellissima donna apparentemente morta, suscitando il sospetto, nemmeno troppo velato, di necrofilia?

Disney non me ne vorrà, ma a me piacciono le favole reali, le donne e gli uomini difettati che sbagliano e si arrabbiano, faccio il tifo per l’imperfezione della pelle e la pancetta, sono per l’happy end di chi è uscito vincitore dalla fila alle poste.

E non è solo una questione di tardo-post-retro-punk-femminismo. Senza mele avvelenate e scarpette di cristallo tra i piedi vivremmo meglio tutti, donne e uomini. E pure i baristi, loro malgrado depositari delle pene degli avventori, ve lo assicuro, ci ringrazieranno.

Photo credits: Luca Rossato Photography