I sensi di colpa, il timore per la sofferenza causata ai figli, la difficile interpretazione delle loro reazioni. La separazione tra due genitori comporta ansie e responsabilità molto gravose, che cambiano anche a seconda dell’età dei figli. Ciò che vale per i bambini non vale per gli adolescenti. Se per i primi la parola d’ordine è la vicinanza fisica, la continuità affettiva, per i ragazzini che fanno le medie o i primi anni delle superiori la separazione di mamma e papà è un terremoto vissuto secondo altre logiche, che bisogna conoscere.

Fatti salvi i concetti che abbiamo già ribadito in articoli precedenti su questo argomento (l’affido condiviso, separare la storia coniugale da quella genitoriale, non farsi trascinare soltanto dalle proprio emozioni ma sforzarsi di comprendere quelle di tutti gli altri coinvolti nella separazione), un genitore che ha comunicato la separazione al figlio adolescente o pre-adolescente deve sapere che, per prima cosa, il figlio cercherà di capire “di chi è la colpa”.

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Questa è la prima, grande differenza coi figli più piccoli, preoccupati dall’abbandono. Gli adolescenti hanno una visione moralistica e manichea: invece di sentirsi traditi, come i bambini, sono pronti a prendere la parte di chi credono sia meno colpevole. ad esempio, questo pone il partner che ha deciso di porre fine alla separazione in una posizione delicata, e molto spesso questo partner è la madre. Il consiglio più logico è quello di assumersi, pur con il dolore che comporta, questa parte. Molto più dignitoso piuttosto che incolparsi a vicenda. I figli con il tempo apprezzeranno l’onestà. Perché dirlo? Per insegnare loro il valore del rispetto e della sincerità. Queste potrebbero essere delle parole giuste:

«Voglio che tu sappia che quella di separarci è stata una mia scelta. Ci sono molte ragioni per cui ho preso questa decisione, alcune delle quali riguardano problemi da adulti che non è necessario che ti spieghi. Ma ci tenevo a dirti tutto questo e ad aggiungere che una delle cose su cui io e mamma/papà siamo d’accordo è che ti amiamo tantissimo e che sei il frutto più bello del nostro matrimonio.»

Nell’età compresa tra i 13 e i 18 anni, in particolare, bisogna fare attenzione a non fornire troppi particolari. È un’età in cui si crede di avere diritto di conoscere tutto, ma c’è uno scarto considerevole tra il saper gestire le informazioni a livello cognitivo e saperle connettere di modo che diventino esperienza. I genitori devono sempre mantenere confini tra sé e i propri figli. Dal momento che i figli hanno una propria vita è bene sentire la loro opinione in merito ad alcune scelte, ma in ultima istanza sono i genitori che devono decidere. Chiedere il “permesso” di divorziare è la cosa più stupida e deleteria che si potrebbe mai fare.

A questa età sono tutto egocentrismo e impegni. Preferiscono vivere in una sola abitazione, mostrano un distacco anticipato o ritardato dalla famiglia, tendono a scavalcare i confini familiari. Problemi di identità, incertezza se andare con gli amici o dall’altro genitore, ansia rispetto al futuro della propria vita sentimentale, insofferenza rispetto ai problemi finanziari.

L’adolescente fa esperienza dei conflitti di realtà, è troppo consapevole dei comportamenti sessuali dei genitori, imbarazzato dai comportamenti infantili dei genitori se litigano troppo a lungo, cerca il confronto con l’adulto e lo provoca, spinge l’adulto al limite cercando dei limiti, può avere degli sporadici episodi che arrivano all’estremo (uso di sostanze, stanchezza, bulimia, anoressia), teme che non si tenga conto dei suoi bisogni.

Insomma, una vera guerra. Le raccomandazioni degli esperti sono quelle di cercare di affidare la responsabilità delle scelte, discutendo delle conseguenze. Ascoltare i figli, farli partecipare all’elaborazione del bilancio che li riguarda, essere discreti nel caso di una nuova storia d’amore, rassicurarli ponendo dei limiti senza rigidità, mantenendo sempre aperta la comunicazione. E naturalmente, avere molta pazienza, ma anche fermezza, perché l’adolescenza è un’età in cui il potenziale ricattatorio nei confronti dei genitori raggiunge il suo picco massimo.

I figli adolescenti di genitori separati possono letteralmente ricattarve con il rigetto, i malesseri e le malattie psicosomatiche, la condanna, il rifiuto. Possono anche assumere diversi ruoli e diverse strategie: proteggere un solo genitore, sostituire il genitore mancante con l’altro o con i fratelli, fare il conciliatore, il mediatore, il messaggero, oppure accusare, fare la vittima, prendere le decisioni che i genitori non prendono, verificare con prove ardite e pericolose l’amore di entrambi, dimostrare la propria lealtà solo a un genitore, cercare una compensazione materiale.

Ma i figli non sono creature in grado di dispensare giudizi universali e il Bene e il Male, e i loro ricatti non sono mai accettabili. Il genitore che abdica a tutti i compiti scomodi insiti nell’educare per cercare di rendersi il più possibile gradito al figlio, lo priva di un’adeguata figura autorevole e avrà modo, negli anni a seguire, di pentirsene amaramente.

Se si guarda con attenzione alle statistiche, non tutti i nuovi comportamenti sono espressione di disagio, attribuibili all’evento separativo in sé, ma possono invece essere semplice espressione di un processo di adattamento a una nuova situazione o addirittura essere attribuibili al loro normale sviluppo psicofisico (com’è tipico proprio negli adolescenti).

Anzi: dal punto di vista dello sviluppo psicofisico, è molto meglio per un figlio aver vissuto una separazione chiara, collaborativa, che assistere per lunghi anni a devastanti litigi tra i genitori, che producono danni ben più gravi.