Lebanon, l’ultimo vincitore della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è stato stroncato dalla critica in Libano. Il film di Samuel Maoz è stato accusato su più fronti.

Le critiche mosse sembrano di stampo ideologico. Le accuse principali riguardano la presunta parzialità, e l’assoluta mancanza di autocritica da parte del regista.

Rammentiamo che il film parla della prima guerra del Libano, scatenata per il tentato assassinio dell’ambasciatore nel Regno Unito, da qui, il “casus belli” con ogni probabilità pretestuoso, e la conseguente occupazione del Libano meridionale nel giugno del 1982.

Un carrarmato, e un gruppo di paracadutisti, viene inviato per perlustrare una zona in territorio ostile. Gli eventi inaspettatamente precipitano, e i soldati feriti si blindano all’interno del carro, a questo punto, saranno circondati dalle truppe siriane. Il tutto è raccontato dall’interno del claustrofobico mezzo blindato.

Qui il regista israeliano, usa come un obiettivo le feritoie del “tank” per mostrare gli orrori della guerra. Dove i quattro protagonisti, non assumono né il ruolo di assassini, né di vogliosi martiri a favore della patria o in nome di una paventata libertà.